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victor perez

Ehi, Victor... Che la Forza sia con te!

Nato nel caldo sud della Spagna, Victor Perez si trasferisce in Italia giovanissimo, e con la moglie Chiara va a vivere a L'Aquila. Nel terremoto del 2009 perde tutto quello che ha, ma è in quel momento che inizia il percorso che lo porterà a lavorare in importanti film di Hollywood come Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, Rogue One: A Star Wars Story e Harry Potter e I Doni della Morte, e a vincere il David di Donatello per i migliori effetti visivi

Biopic

Victor Perez è considerato internazionalmente un guru degli effetti visivi. Ha lavorato con studios vincitori di premi Oscar® come Double Negative, Cinesite e Pixar Animation Studios.

La sua carriera inizia come fotografo e visual effects compositor, prosegue poi la sua formazione cinematografica presso l’Accademia Internazionale delle Arti e delle Scienze dell’Immagine. Il suo interesse si focalizza sull'uso narrativo degli aspetti visivi sintetici del racconto cinematografico, da un punto di vista fotorealistico.

Nel 2015 comincia parallelamente la sua carriera come regista, scrivendo e dirigendo due cortometraggi: riceve 27 premi e nomination in tutto il mondo per la sua opera prima Another Love (2015). Il suo ultimo lavoro Echo (2017) usa una tecnologia di motion-control mai vista prima e sviluppata appositamente per il film. La passione di Victor per lo storytelling combinata con premiate abilità da regista e artista di visual effects, lo posizionano come uno dei talenti emergenti da tenere d’occhio nell'industria cinematografica.

Recentemente è stato premiato con il David di Donatello per gli effetti visivi de Il Ragazzo Invisibile - Seconda Generazione di Gabriele Salvatores, ponendo l’Italia all'avanguardia tecnologica e artistica nel panorama internazionale cinematografico indipendente. Nel film sono state impiegate tecniche e tecnologie abituali nei film hollywoodiani, come la scansione 3D degli attori per la generazione di controfigure digitali (digi-double) o ambienti ricostruiti digitalmente per la loro successiva manipolazione.

Gifted - Il dono del talento

"Ma avere un cuore da bambino non è una vergogna. È un onore. Un uomo deve comportarsi da uomo. Deve sempre combattere, preferibilmente e saggiamente, con le probabilità a suo favore, ma in caso di necessità deve combattere anche contro qualunque probabilità e senza preoccuparsi dell'esito. Deve seguire i propri usi e le proprie leggi tribali, e quando non può, deve accettare la punizione prevista da queste leggi. Ma non gli si deve dire come un rimprovero che ha conservato un cuore da bambino, un'onestà da bambino, una freschezza e una nobiltà da bambino".
Ernest Hemingway


Lo incontriamo a Roma, in una delle sedi della Black Sheep VFX. Ha appena terminato una lezione del corso di Compositing in Nuke e i suoi allievi hanno da poco lasciato le loro postazioni. La prima cosa che mi arriva addosso è il contrasto tra la luce fredda dei neon e la sua allegria contagiosa.

Mentre posizioniamo le videocamere e colleghiamo i microfoni, do un’occhiata alle domande che avevo appuntato. Sono domande semplici, essenziali, utili per conoscere non solo l’uomo, ma anche la sua visione della vita e del lavoro; che poi, in casi come questo, sono strettamente legate tra loro.

C'è stato un momento in cui hai capito che le tue passioni erano diventate una professione?
Sì sì, questa è proprio la parte migliore, quando cominci ad allineare quello che ti piace con diventare anche bravo in quello che ti piace. È come dire a un bambino che deve giocare, e più gioca più caramelle gli dai... è una cosa che non ha una relazione logica. Io continuo ad essere un bambino a cui stanno dando caramelle per giocare. Sono fortunato perché mi pagano per giocare, il mio lavoro è un atto puro di creazione, un modo di raccontare le storie molto speciale, e a volte mi sento anche in colpa perché mi diverto molto. Certo, c’è la pressione, ma quello che cerco di fare con la gente con cui lavoro è portare lo spirito del gioco. In fondo, non ho mai smesso di giocare da quando ero piccolino e giocavo con il computer.

Come sei riuscito ad ottenere il tuo primo ingaggio importante? Tramite il passaparola?
Credo che ci sia una percentuale totalmente impossibile da individuare di chance, una componente totalmente aleatoria, ed è quella di trovarsi in un determinato posto in un determinato momento. Ovviamente, devi essere preparato per capire l'opportunità che ti sta capitando, per poterla sfruttare, ma non credo che arrivi al momento giusto; anzi, spesso arriva nel modo più sbagliato possibile, per cui sei tu che ti devi adattare a quell'opportunità oppure lasciarla andare. Sta nella personalità di ognuno di noi la scelta di dire ok, prendo questa opportunità o aspetto la prossima, nella consapevolezza del rischio che magari la prossima non ci sarà. Io sono di quelle persone che si adattano e che fanno di tutto per non lasciarsela sfuggire. È stato così quando, dopo essere uscito vivo dal terremoto de L’Aquila nel 2009, sono andato a Londra diciamo non nel modo più comodo di tutti. Una volta arrivato lì, ho cercato un agente e ho iniziato a relazionarmi con alcune persone che lavoravano nel settore. Penso che quelle persone abbiano visto in me qualcosa, e mi hanno dato una possibilità. Sono stato il primo artista di quello studio che oggi è una grande società con sede in un edificio gigante, si chiama Union VFX e lavora, ad esempio, in tutti i lavori di Danny Boyle, e in altri film che sono stati anche nominati agli Oscar. Ricordo che la prima volta che sono arrivato lì, il primo lavoro che ho fatto è stato montare la mia scrivania, perché tranne me e i due soci non c'era nessuno. Era una tabula rasa come lo era la mia vita, perché in quel momento non avevo una casa, non avevo niente, per cui quello era il momento di costruire. Mi sento molto fiero di aver partecipato alla crescita della Union VFX come alla mia crescita personale. Alla fine, come dire: è nato prima l'uovo o la gallina? Loro hanno dato una chance a me e io ho dato una chance a loro.


Il mio non è stato un atto eroico, è stata sopravvivenza pura


Qual è la difficoltà più grande che ti capita di dover affrontare nel tuo lavoro?
La difficoltà più grande del mio lavoro riguarda il legame degli effetti visivi con la tecnologia: la tecnologia cambia con una velocità superiore a quella con cui l'essere umano si adatta alla tecnologia. Se tu scegli di usare una tecnologia innovativa che è stata utilizzata per un film recente, quando impari quella tecnologia, quella tecnologia è già vecchia e tante volte anche obsoleta, per cui l'unico modo di creare veramente qualcosa di innovativo è essere dei pionieri, ed essere pionieri suona benissimo, ma è molto difficile, perché non hai punti di riferimento e devi andare al buio, navigare a vista come un esploratore. Quando trovi un problema, non c'è nessuno a cui chiedere soluzioni, devi risolverlo tu. Hai molta soddisfazione quando ci riesci, ma prima c'è anche molta frustrazione. Però è in tutta quella frustrazione che trovi te stesso, trovi chi sei: sono una persona che evita il problema o sono una persona che prende di petto il problema e lo risolve? Devo finire quel determinato progetto prima che quel progetto finisce me. È una sfida personale, e alla fine se questo lavoro non fosse così io mi annoierei. Se tutti i lavori nei film fossero uguali, io farei un'altra cosa, perché raccontare storie è molto duro, è molto molto duro. Ci deve essere questa x dell'equazione sempre nuova, per cui devi entrare in ogni progetto con occhi nuovi. Questo per me è l'ostacolo più grande: essere in grado di evolvermi con la stessa velocità con cui si evolve la tecnologia.


A me quello che interessa è arrivare al concetto emozionale, trasmettere l'emozione


Essere un guru degli effetti speciali significa realizzare i sogni dei registi con cui collabori?
A me quello che interessa è raccontare la storia, per cui il lavoro da fare con i registi non è tanto quello di riuscire a sviluppare le idee che loro hanno in testa, ma come riuscire a illustrare i concetti che loro vogliono raccontare. Mi interessa arrivare al concetto emozionale, trasmettere l'emozione. A livello tecnico credo che ci siano persone migliori di me, penso che il mio punto di forza sia lo storytelling. Io amo la parte narrativa, mi piace rendere un concetto un’immagine. Questa è la parte che preferisco, e che alla fine ha molto a che fare con la regia, con la scrittura stessa.

Oltre che essere un artista di effetti visivi, regista, attore e sceneggiatore, sei anche un docente, insegni attualmente Compositing in Nuke. Ci sono degli aspetti che hanno in comune questi ruoli?
Sì, tutti questi ruoli creativi hanno in comune un aspetto: sono ruoli che raccontano una storia. La sceneggiatura è quella che imposta una storia, cercando di farlo in maniera emotiva, profonda. Come attore, significa rendere visibile in carne e ossa quelle emozioni. Come regista, devo essere in grado di dare un punto di vista su quell'emozione, come voglio che si veda e venga raccontata quella storia. E come autore di visual effects, quello che faccio è rendere possibile quella storia. Nel mio caso, a me non piace immaginare storie che già esistono, perché credo che la vita sia già molto appassionante, e anche perché non credo di avere un punto di vista abbastanza singolare per raccontare il mondo oggi. A me piace immaginare, mi interessa raccontare quel che potrebbe essere. E anche quando insegno racconto storie, quelle che agli allievi servono per essere le persone che loro vogliono diventare. A volte, come docente, la parte più importante riguarda il fatto di rendere loro coscienti che ce la possono fare, che non è impossibile. È qualcosa che ha a che fare con l’ispirazione.


Credo che l'Italia sia un terreno molto fertile, che tra l'altro ha voglia di crescere, per cui sarà solo una questione di tempo perché gli artisti ci sono


Come giudichi l’Italia in riferimento all’uso degli effetti speciali cinematografici? Pur non avendo una tradizione in questo settore, lo vedi come un terreno fertile?
Dobbiamo seminare i migliori semi che ci sono. In fondo non c'è nessuna formula segreta della Coca Cola, bisogna semplicemente lavorare, e magari con il mio accento spagnolo che è il superpotere che ho, mi danno più retta, non lo so (sorride, ndr). Credo che l'Italia sia un terreno molto fertile, che tra l'altro ha bisogno di crescere e voglia di crescere, per cui sarà solo una questione di tempo perché gli artisti ci sono, anche fuori dall'Italia, e magari tanti vogliono tornare ma non tornano perché non c'è un’industria in questo settore. A volte mi sento un po' come la scintilla che deve accendere questo fuoco. Sono spagnolo, ma io amo questa terra da quando sono venuto qui la prima volta, per cui mi sento in dovere di aiutare... dal mio piccolo, quello che posso, lo voglio fare.

Come vedi il futuro della tua professione tra 50 anni?
Non lo so… fra cinquant’anni credo che tanti dei lavori che che stiamo facendo saranno automatizzati da macchine. Penso che il cinema come mezzo per raccontare storie forse sarà obsoleto; ma occhio, ad oggi per me il teatro può essere definito obsoleto, in quanto non è più un intrattenimento di genere popolare come quando era nato. La gente un tempo andava al teatro per vedere e ascoltare storie, si faceva teatro anche nelle piazze. Per me il cinema ha smesso di avere lo spirito con cui è nato nel momento in cui i biglietti sono diventati troppo costosi. In pochi si possono permettere di andarci con una frequenza di tre volte alla settimana. Nel momento in cui il cinema ha un costo che non si può comparare al costo di Netflix, il cinema muore come abitudine, perché non si consuma con frequenza. Ricordo che quando ero piccolo andavo al cinema non per vedere un titolo preciso, non mi importava quale film ci fosse. Oggi vai al cinema per vedere un determinato film, quello che è stato markettizzato sui tuoi interessi, che è stato cucito strategicamente addosso a te. Manca un po' la sorpresa, il desiderio di trovarsi in una sala buia dove proiettano un film che non si ha idea di cosa possa essere… manca questo. Stiamo perdendo la voglia di voler essere sorpresi ed è molto triste. Anche per questo penso che il cinema come abitudine diventerà obsoleto. Mentre le nuove piattaforme come Netflix non ti fanno scomodare, per cui diventa un modo di fruizione molto facile. Seguendo questa dinamica, andare al cinema diventerà un evento, una chicca. Se al cinema mi racconteranno storie nello stesso modo in cui le vedrò nel mio iPad, perché andare al cinema? Fra cinquant'anni si dovranno fare storie molto diverse. Pur rimanendo che il teatro, ad esempio, ha 2500 anni e continua a vivere, in crisi, ma continua a vivere. Come dicono in tanti, il teatro è nato in crisi; e se pensiamo al cinema indipendente, è anche vero che parte del suo fascino è la crisi.


L'unico modo di creare veramente qualcosa di innovativo è essere dei pionieri


A proposito del tuo ultimo lavoro Echo, usi una tecnologia di motion-control mai vista prima e sviluppata appositamente per il cortometraggio. Puoi spiegarci perché è stato così difficile realizzarlo?
È stato difficile per quello che dicevo prima del dover essere pionieri. Non essendoci un precedente del genere, non avevo nessuno punto di riferimento, e ho dovuto lavorare seguendo solo il modo in cui immaginavo poteva essere realizzato. Le condizioni in cui ci siamo ritrovati a girare erano di estrema stanchezza ma anche di massima concentrazione. In sintesi, potrei citare quello che diceva Hemingway: “Grace under pressure”. (Chi scrive è un fan di Hemingway, e dopo questa citazione ho deciso di aprire tutte le parti dell'intervista con una sua frase, ndr). Quando abbiamo trovato l'algoritmo per poter raccontare il futuro nello specchio, avevamo anche il passato, e quindi potevamo fare anche diversi passaggi, potevamo fare qualsiasi cosa. Ad oggi sono soddisfatto perché alla fine siamo riusciti a raccontare la storia, una storia per me molto intima.

Life

“L'uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto, ma non può essere sconfitto.”.
Ernest Hemingway


Dove sei cresciuto?
Io sono cresciuto a Lucena in provincia di Cordova, nel sud della Spagna, uno dei posti più caldi di tutta Europa. Abitavo in campagna, per questo non avevo molti amici, che suona molto triste ma in verità ho avuto un'infanzia molto bella, anche perché è in quel periodo che, grazie a mio fratello, mi sono appassionato ai computer.

Quali sono le tue origini familiari?
Mia madre lavorava in casa, io e mio fratello eravamo un lavoro molto impegnativo (sorride, ndr), mentre mio papà era un chimico e curava la lavorazione delle olive. Abitavamo in campagna proprio per stare vicino all'azienda agricola dove lavorava mio padre. Diciamo che le mie origini sono molto umili.

Chi è Victor Perez nella vita di tutti i giorni?
Questa è una cosa che ancora mi sto chiedendo ogni giorno. Non lo so, penso di essere una persona che ama quello che fa, e fa tante cose. Onestamente, credo che il tempo per me sia una sfida, perché ho tante cose che vorrei fare, e mi mancano le ore quotidiane. Ogni giorno devo un'ora al giorno precedente, perché ho sempre tanti progetti, per cui mi riconosco come una persona eclettica ed appassionata, ma alla fine sono una persona che racconta storie e divora storie. Credo che alla fine quello che sto facendo, e quello che mi piacerebbe facessero con me, è far credere che il mondo sia un posto bello e buono, o magari ispirare altri a fare di questo mondo un mondo bello e buono.

Secondo te è possibile separare la vita privata dalla vita professionale svolgendo il tuo lavoro?
No, non si può, perché il mio combustibile sono le emozioni, e le emozioni le devi generare nella tua vita quotidiana, per cui è importante avere una vita. Non puoi stare recluso davanti a un computer, perché se non vivi come puoi raccontare la vita? Allora devi trovare un equilibrio tra vivere le esperienze e creare esperienze che possano sembrare vere, e in mezzo ci sei tu che metti in relazione il tutto. A volte diventa molto complicato perché magari vorresti più tempo per il lavoro o vorresti avere più tempo per te. Io mi ritengo molto fortunato con le persone che mi circondano per la pazienza, l’amore e la comprensione che hanno. Non riesco a staccarmi e non potrei, e credo che se un giorno ci riuscissi, smetterei di essere quel che sono.


Io continuo ad essere un bambino a cui stanno dando caramelle per giocare. Sono fortunato perché mi pagano per giocare


Sei stato coinvolto nel terremoto de L’Aquila, un avvenimento che immagino abbia cambiato la tua vita. Nel tuo TED Talk a Vicenza, hai detto che tu e tua moglie siete riusciti a uscire dalla vostra casa un attimo prima che crollasse. In quei drammatici istanti hai perso la casa, il tuo studio, i tuoi computer… tutto. Cosa ti ha insegnato quell'avvenimento tragico? Ho letto da qualche parte che ti sei ispirato a Luke Skywalker per reagire in modo positivo, è vero?
No, non è che mi sono ispirato a Luke Skywalker, ma in seguito, facendo un po' di retrospettiva, mi sono visto un pochettino nella stessa situazione. Dopo il terremoto, grazie ad amici e conoscenti che hanno fatto una colletta, sono riuscito ad andare a Londra, e lì ho iniziato a dimostrare quello che sapevo fare, anche svendendo qualsiasi capacità che avevo, soprattutto perché non volevo che si sapesse che venivo da un terremoto. Non volevo compassione, volevo essere rispettato per quello che sono e per quello che so fare, e alla fine è andata bene. Oggi posso dire che è stato un momento di crescita. Il mio non è stato un atto eroico, è stata sopravvivenza pura, anche se magari qualcuno può vederlo come un atto eroico, o come una reazione alla quale ispirarsi, ma credo che qualsiasi persona nella mia situazione avrebbe reagito nello stesso modo, perché o ti fermi e muori, oppure vai avanti.


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Qualcosa di personale

“La giusta maniera di fare, lo stile, non è un concetto vano. È semplicemente il modo di fare ciò che deve essere fatto. Che poi il modo giusto, a cosa compiuta, risulti anche bello, è un fatto accidentale.”.
Ernest Hemingway


Se non erro, alcuni tuoi allievi hanno lavorato ad Avengers: Endgame. Ti hanno chiesto consigli mentre lavoravano per quel film?
Sì, tante cose di cui non posso manco parlare (sorride ndr). Spesso mi chiedono: “Sto cercando di fare questa cosa, ma non mi viene, come avevi fatto tu in quella scena di quel film? Ah ok, grazie, ti devo una birra”. Se dovessi prendere veramente tutte le birre che mi devono, metterei in piedi un mio birrificio artigianale (sorride, ndr). A volte finisco per fare anche terapia con i miei ex studenti, quando mi chiedono un consiglio su quale film fare, su quale decisione prendere. È che in fondo mi piace avere questo rapporto con loro, perché mi affeziono, e quando arriviamo alla fine dei corsi di compositive, diventiamo amici.

Quali sono gli sceneggiatori che apprezzi di più? Ti chiedo 3 nomi.
Questa è bella! Allora incominciamo con Jonathan Nolan. Lui mi piace moltissimo perché ha questo tocco psicologico tra il reale e il sublime, mi piace moltissimo. Un altro sceneggiatore che non puoi non amare è Charlie Kaufman. A me piace perché ha un modo unico di vedere il mondo, che è totalmente fuori di testa, per cui ti spinge ad uscire fuori di te, dalla tua normalità. Una persona normale non può scrivere Essere John Malkovich... come può venirti in mente di scrivere che una persona diventa John Malkovich entrando da una porta? È talmente surreale che riesce a stimolarti davvero tanto, perché ti far rendere conto che è possibile raccontare qualsiasi cosa. E oltre ad essere molto divertente, è anche uno sceneggiatore capace di scrivere Eternal Sunshine of the Spotless Mind (titolo italiano: Se mi lasci ti cancello, ndr), che è di una bellezza... è molto sensibile... sono le emozioni. Per cui c'è Jonathan Nolan da una parte, Charlie Kaufman dall'altra, e in mezzo a questo spettro posso piazzare ad esempio Pedro Almodovar. Quando ero in Spagna avevo questo rifiuto per Almodovar, un po' perché lui appartiene a un background totalmente diverso dal mio. Ma un giorno mi sono fatto una domanda: “Perché tutti lo riconoscono e a me non piace? C'è qualcosa che mi sto perdendo perché se uno dice che gli piace va bene, se lo dicono in due va bene, ma se tantissime persone dicono che è un genio, deve esserci qualcosa. E così ho cominciato a leggere le sue sceneggiature, a leggere materiale su di lui, e mi sono reso conto, vedendo anche i suoi primi film, che lui è veramente un genio, ma molto di più di quello che dicono. Ecco, molto spesso basta interessarsi un po' ad alcune cose per rendersi conto che ci sta un mondo da scoprire. Qui in Italia posso dirti che adoro Paolo Sorrentino, perché anche lui ha un modo molto personale di vedere... Nel periodo successivo al terremoto de L’Aquila ho vissuto a Roma, e per diversi motivi credo di aver toccato un po' con mano quello che racconta ne La grande bellezza, un po' eh, non molto, ma ci ho visto molta verità. Non potrei dire che uno sceneggiatore mi piace più di un altro, perché se ognuno ha la personalità e anche il coraggio di mostrare se stesso e la sua percezione del mondo, merita di essere ascoltato.

Cosa significa per te Star Wars?
Star Wars è per me l'inizio di tutto, è l'inizio dell'uso del digitale, dell’applicazione della scienza, dell’arte e della tecnologia, tutto insieme, nei film. Questo è iniziato proprio con George Lucas, e dalla sua società, la Lucasfilm, è nata la compagnia specializzata negli effetti speciali: la Industrial Light & Magic, che per me rappresenta quello che è il cinema: un'industria che vende luce e che crea la magia delle storie.

Hai lavorato con molti registi e ognuno di loro immagino ti abbia lasciato qualcosa. Ti chiedo tre aggettivi per definire questi registi: Gabriele Salvatores, Christopher Nolan, Steven Soderbergh, Danny Boyle.
Per Gabriele Salvatores direi raffinatezza, perché è una persona a cui piace raccontare le storie in un modo molto raffinato; e anche onestà, è una persona che racconta le storie in modo molto onesto; e terzo… coraggioso, perché si mette in mostra ogni volta che fa qualcosa. Chris Nolan posso dire che lo vedo come una persona molto corretta, molto sobria e minimalista in un mondo estremamente complesso. Soderbergh è al limite. Lui è al limite di tutto, senza preoccupazione, senza rischio… non è che è coraggioso, è proprio kamikaze nel raccontare le storie. E questo è qualcosa da rispettare. E anche il suo modo di amare la tecnologia… lo vedo molto determinato. E poi Danny Boyle… lui è una persona estremamente britannica, e mi piace la freschezza con cui racconta, oltre alla capacità di rendere grande qualcosa di piccolo. Mi piace anche il suo stile: lui lavora sempre con le persone dimenticate, con quelli che noi non guardiamo; non racconta gli eroi mitici, racconta gli eroi nascosti.

Nel corso della consegna dei David di Donatello di quest’anno hai avuto modo di parlare con Alfonso Cuarón? Se sì, cosa vi siete detti?
Veramente? (ride, ndr). Allora quando ci siamo visti gli ho raccontato questa cosa che lui non sapeva: io dovevo lavorare nel suo film Gravity, ma il giorno che dovevo cominciare a lavorarci mi dissero che era stato cancellato (in seguito, i problemi relativi alla produzione di Gravity furono risolti, ndr). Quando gliel'ho detto, Alfonso mi ha risposto: “Non puoi capire quanto è stato difficile fare quel film... tanta soddisfazione ma è stato difficilissimo”. Mi ha fatto molto piacere dirgli che è stato Gravity ad ispirare il mio cortometraggio Echo; è stato molto bello perché per la prima volta ho potuto parlare con la persona che mi aveva ispirato. Quando gli ho confessato il carico brutale che ho sentito per fare Echo, quanto ho sofferto per fare sette minuti e mezzo di cortometraggio, e quanto tempo ho impiegato per farlo (tre anni, ndr), ho capito che Gravity per lui era stata esattamente la stessa cosa, per cui mi sono sentito molto identificato con un regista che adoro, con una persona che ammiro molto.


È quello che vorrei fare sempre con i miei allievi: stimolarli a fare questo viaggio dell'eroe


A proposito di questo, cos'è per te l’ispirazione?
È qualcosa che ha fatto ad esempio Lucas con Guerre Stellari. Ha mostrato la vita di un ragazzo che abitava in mezzo al deserto e che è riuscito a liberare l'universo da una minaccia. Vuol dire che non sei mai troppo piccolo o insignificante. È quello che vorrei fare sempre con i miei allievi: stimolarli a fare questo viaggio dell'eroe, usando la tecnologia come fosse la loro spada di luce. Questo aspetto è molto importante, perché a livello tecnico potrebbero leggere il manuale, ma a livello personale io cosa posso dargli? Posso ispirarli come fossero spettatori che si siedono in platea. Quando riesco in questo è una soddisfazione incredibile.

Ci sono delle storie che ti sono rimaste dentro da quando eri bambino?
A me piacciono molto le fiabe, non penso alle fiabe tipo Biancaneve, che non sono molto interessanti per me, ma intendo le fiabe che servono a crescere. C'è un autore argentino che adoro, si chiama Jorge Bucay, è un terapeuta che scrive storie per aiutare i suoi pazienti; tante di quelle storie le ha messe insieme in diversi libri. È un modo geniale di trasmettere saggezza, per trasmettere concetti. Se io ti spiego quello che devi fare, c'è una parte di te che non lo vuole fare, anche perché si tratta di qualcosa di astratto. Dire che devi farlo perché è per il tuo bene non basta. Ma se qualcuno ti spiega un fatto tramite il racconto di una storia, anche se quella storia non è vera, crea in te un’esperienza, creando in te una emozione che ti fa crescere. Questo per me è il potere delle storie, poter far evolvere le persone, poterle cambiare, ma non farle diventare altre persone, ma farle arrivare a una versione migliore di se stesse. Ecco perché a me le fiabe piacciono molto. Ce ne sono alcune che in fondo sono terribili, ad esempio Hansel e Gretel: un padre che abbandona i suoi bambini perché la matrigna non li vuole, arrivano in una casa dove c'è una signora che li vuole cucinare... terribile, ma magari i bambini imparano che le case di zucchero filato non vanno bene, il concetto non è lo zucchero filato, il concetto è che quando vedi delle cose che sono troppo facili, fai attenzione che molto probabilmente c'è qualcosa dietro di pericoloso. Il fatto è che siamo esseri sociali che si nutrono di racconti, che possono essere veri o no, ma non è importante, l'importante è cosa tu prendi da una storia.


Penso che i social network abbiano un potere che ancora non abbiamo capito


Cosa sono i social network per te?
I social network hanno a che fare con la comunicazione telefonica ma all'ennesima potenza. Puoi avere realmente 2800 amici? No, ma puoi avere un sacco di gente con la quale condividere tante cose irrilevanti… è lo small talk. (I principali dizionari definiscono lo small talk come una breve conversazione su un argomento di scarsa importanza. Per altri si tratta di una componente strategica, come fosse l’anticamera di una conversazione più approfondita, ndr). Su Facebook c'è un sacco di gente ma la maggior parte di essa non ti ascolta, perché non gliene frega niente di quello che stai dicendo. Si tratta di un tipo di comunicazione che ha le sue regole, mi interessa fino a un certo punto, ma credo che sia un esperimento sociale molto interessante, e penso che abbia un potere che ancora non abbiamo capito. Però il potere che ha una birra con degli amici è insostituibile.

Perché ti piace fare CrossFit?
Lo faccio per non espandermi come l’universo (ride, ndr). Mi stimola perché credo che il mostro più temibile che uno può trovarsi ad affrontare è se stesso, per cui è un modo per portarmi sempre al limite. Adesso ho un personal trainer che adoro e che non mi molla mai; anche quando viaggio riusciamo sempre a lavorare insieme. Grazie al CrossFit sto scoprendo delle parti di me che non conoscevo… diciamo che se voglio raccontare eroi prima o poi devo soffrire un pochettino come loro, per cui anche questa parte è importante.

L'uomo dei sogni

— Allora dev'essere molto pericoloso essere un uomo.
— Lo è, signora. E solamente pochi ce la fanno.
Ernest Hemingway


C’è un sogno che avevi nel cassetto e che hai realizzato?
Tanti anni fa, quando studiavo cinema, ho visto Batman begins e ho pensato “cavolo questo regista mi piace un sacco, vorrei un giorno poter lavorare con Christopher Nolan”. Un altro mio sogno era poter lavorare in un film di Batman, perché, anche se mio padre non andava spesso al cinema, il primo film che mi portò a vedere nel 1989 fu proprio Batman di Tim Burton. Ho realizzato tutti e due i sogni in una volta sola lavorando nel film Il cavaliere oscuro - Il ritorno. Per certi aspetti è stata una cosa bruttissima perché è stato tutto molto veloce, ho pensato che realizzare i sogni non dovrebbe essere così rapido. Il sogno che ho adesso nel cassetto sarebbe quello di dirigere il film che sto scrivendo, un cyberpunk sulla musica classica. Un lungometraggio in cui potrò mettere insieme tutto quello che ho da dare, in cui potrò svuotare tutto quello che ho.

Due poster che avevi attaccati in cameretta quando eri un adolescente.
Guerre Stellari, non poteva mancare. E Matrix, ma non il primo Matrix, il secondo. Mi ricordo che avevo tutta la collezione. Si vedevano i personaggi con la testa tagliata al naso, e per me quelli sono i teaser più belli che sono mai stati fatti, perché non avevi manco bisogno di guardare la faccia e già li riconoscevi.



Ho realizzato tutti e due i miei sogni in una volta sola e per certi aspetti è stata una cosa bruttissima, perché è stato tutto molto veloce


Cos'è per te la felicità?
La felicità è un percorso, la felicità non è un punto d'arrivo. Una volta che hai stabilito un obiettivo, la felicità è il percorso che ti porta a quell’obiettivo, è il percorso stesso. Quella è la felicità. Quindi è fondamentale essere allineato verso quell'obiettivo. Nel momento in cui una persona arriva al traguardo che si è prefissato, la felicità svanisce. È come seguire l'arcobaleno... Perché l’essere umano è dentro un assioma che è un po' malato; quando dici: “Quanto sarei felice se avessi quello che non ho”, e poi in realtà, nel momento in cui hai quella cosa che desideri, quella cosa non ti rende più felice. Ecco perché non credo che la felicità sia qualcosa che ti appartiene o che puoi avere, è semplicemente il percorso stesso, tendere verso qualcosa, qualunque cosa essa sia. Questa per me è la felicità, e io mi ritengo una persona molto felice.

Hai 90 anni e sei arrivato alla fine della tua brillante carriera. Le/i tue/tuoi allieve/allievi ti chiedono un unico consiglio con il quale ricordarti per l'eternità. Cosa rispondi?
Non abbiate paura di scegliere. Alla fine tutti finiremo nello stesso posto, per cui qualunque cosa succeda, almeno vi prenderete la soddisfazione. Sì, più il tempo passa e più ho chiaro questo: non avere paura di scegliere.

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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Brand content manager: un figlio, un libro, un sogno. Ho scritto su Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Bastonate, Write and Roll.

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