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social e lavoro

Trovare lavoro ai tempi dei social

I social network sono l'ufficio di collocamento del nuovo millennio? In una indagine del 2014 erano già 7 su 10 i selezionatori del personale che sfruttavano i social per cercare candidati

Il "caso" di Anaelle Antigny


"Buongiorno a tutti, sono alla ricerca di uno stage nel campo del web marketing e della comunicazione digitale. Qui sotto un piccolo video per conoscermi meglio, non esitate a contattarmi dopo averlo guardato".

Nel febbraio dello scorso anno, una ventenne francese, Anaelle Antigny, decide di utilizzare le storie di Instagram per realizzare un video-curriculum da spammare sui social. Durata del video: un minuto e qualcosa. Dentro c’è tutto: informazioni generali, esperienze lavorative, competenze, titoli conseguiti, hobby, passioni, e in chiusura c'è anche una curiosità un po’ naif: "mi piace creare account social al mio gatto".

Risultato: Anaelle riceve proposte da diverse agenzie di comunicazione e accetta l'offerta di Lalalab, una app per stampare fotografie. (Non sappiamo se il suo gatto sia diventato un cat web influencer a sua insaputa).

La connessione tra social network e mondo del lavoro è sempre più stabile. D’altronde, tutto cambia, tutto si evolve. Personalmente, sarò uno di quei papà che dovrà fare i conti con un fatto: la mia esperienza avrà un valore relativo per mio figlio che oggi ha 21 mesi. Quelli della mia generazione non hanno passato l’adolescenza tra like e cuoricioni, non hanno socializzato nel web; l’unico modo che avevamo per misurare il nostro engagement era il numero complessivo di citofonate e chiamate al telefono fisso.

Quest'ultimo è un tema che avevo affrontato anche con il fotografo e fotoreporter di fama internazionale Gabriele Micalizzi. Quello che segue è solo un estratto della video-intervista che sarà pubblicata a breve sulle nostre Stories.

Coffee break


La scorsa settimana è venuto a trovarmi un amico che lavora nel settore delle risorse umane. Abbiamo parlato anche di social e lavoro. Ho registrato la conversazione. Ecco un passaggio di quello che ci siamo detti.

− Dani, è da un po' che i recruiter cercano di usare i social network per trovare nuovo personale, ma non pensare solo a LinkedIn…

− Ho fatto il caffè, ti va?

− Sì, grazie.

− Quanto zucchero?

− Uno.

− Nel tuo lavoro come stai usando i social?

− Beh, quando milioni di persone condividono la loro vita privata, si crea una fonte ghiotta di informazioni per spingere annunci di lavoro e ricercare candidati.

− Ho notato che stanno aumentando in maniera esponenziale anche le aziende che usano i social per fare employer branding (definire, gestire e promuovere l'immagine di una azienda come luogo di lavoro, ndr).

− Sì, quella è un altra attività che funziona se fatta bene.

− Stamattina pensavo a quella ragazza francese che ha fatto quel video con le storie di insta per cercare lavoro…

− Come si chiama?

− Anaelle Antigny. Guardalo il video-curriculum che ha fatto, è simpatico. Viene fuori qualcosa della sua personalità, ovviamente è questo l’aspetto forte da prendere in considerazione.

− Certo.

− Per chi fa il tuo lavoro, è oro.

− Io ricordo l’account Instagram di Manon Ledet... lo hai visto?

− Nain.

− Non ha usato le stories, ha postato delle foto che raccontano il suo percorso professionale.

− Ci darò un’occhiata… Senti ma secondo te quali sono i rischi nel selezionare personale tramite Facebook o Instagram?

− Lo sai meglio di me: ciò che si mostra in quelle vetrine digitali è quanto vorremmo che gli altri vedessero di noi…

− C’è il desiderio di costruzione di un nuovo io, la ricerca di approvazione.

− Di questo bisogna essere consapevoli.

− Credo che l'aspirazione al miglioramento, lo scarto tra reale e ideale non debba colmarsi nei nostri profili social, se si ferma solo nella realtà digitale le persone potrebbero avere un contraccolpo emotivo difficile da gestire nella realtà fisica, ordinaria.

Lavoro, social e processi cognitivi


Il web è un luogo della nostra immaginazione, un luogo in cui la nostra identità diventa liquida, per dirla alla Zygmunt Bauman.
Un utente non è una persona e per questo risponde a regole diverse. Se l’identità indica la visione che una persona ha di quello che è, delle proprie caratteristiche fondamentali, che la definiscono come essere umano, e che denota un’esperienza individuale che non può mai essere completamente scissa da quella sociale, bisogna essere consapevoli dei cambiamenti che il nostro modo di pensare e di fare esperienza subiscono nell'era digitale.

L'uso dei social incide sui nostri processi cognitivi ed emotivi. Modificano il nostro modo di pensare, trasformandolo da sequenziale e referenziale, in generico e globale. Cambiano il nostro modo di fare esperienza avvicinandoci il lontano in maniera simultanea.
Mettendoci in contatto non con il mondo, ma con la sua rappresentazione, ci consegnano una presenza che non ha respiro spazio-temporale.

L'aspirazione al miglioramento non deve colmarsi nei nostri profili social

Ecco perché, in riferimento ai cambiamenti che i nostri modi di pensare e di fare esperienza subiscono tramite l’uso dei social, è necessario educare le persone al loro utilizzo. E di questo dovrebbe rendersi conto in primis la scuola, per formare ragazzi capaci di sfruttare al meglio le potenzialità dei social senza perdere di vista l’importanza di vivere le loro emozioni in carne e ossa nella realtà ordinaria.

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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Brand content manager: un figlio, un libro, un sogno. Ho scritto su Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Bastonate, Write and Roll.

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