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Rick Naldi: la moda passa, lo stile resta

Intervistare Rick Naldi è stato un po' come fare quattro chiacchiere con lo Stile, forse perché, come ha detto una volta la stilista e imprenditrice Diane von Fürstenberg: "È tutto nell'attitudine". Tra una risposta e l'altra, ci ha anche permesso di definire meglio come dovrebbe muoversi oggi la figura dello store manager

Non ricordo in quale film ho ascoltato questa frase: “Non voglio che te lo fai andare bene, è un attimo farsi andare bene tutto!”. Il film non era un granché ma la frase era sensata. Ed è con questa frase in testa che via Skype e con qualche messaggio vocale ho intervistato Riccardo Streni (aka Rick Naldi).

L'intervista


Gli stilisti direbbero che nasciamo maschi e femmine perché è la grande sartoria a farci uomini e donne. Sei d’accordo? Mi riferisco alla tua capacità di scegliere uno stile, non solo per i capi d’abbigliamento che troviamo nel tuo store ma anche come approccio personale verso il cliente.

Sì, scelgo in base a dei criteri che ritengo fondamentali, per fare in modo che il cliente possa avere nel suo armadio un capo che non perda di valore nel lungo periodo. Quello che dici sulla grande sartoria lo condivido. È così che ottengo uno dei miei obiettivi principali: soddisfare il cliente valorizzando i suoi punti di forza con un outfit adatto a lui, cucito per lui, anche apportando delle piccole ma significative modifiche, qualora sia necessario.

Facciamo un passo indietro: quando e come è iniziato il tuo percorso professionale?

Io vengo da una famiglia di commercianti in abbigliamento. Ho un bel ricordo delle fiere che facevo con mio padre da ragazzino.


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E quando hai iniziato a lavorare nello store Naldi?

Avevo diciotto anni, ero a Viterbo e stavo passeggiando al Corso [Corso Italia, ndr] con la mia ragazza di allora quando vidi la vetrina dello store Naldi. Mi piacque tantissimo e così decisi di entrare per chiedere se avessero bisogno di personale, tanto - mi dissi - chiedere non costa nulla. E in quel momento conobbi Marco Naldi e suo padre Luigi. Fu quest’ultimo che nel tempo mi insegnò le basi di questo mestiere, oltre al significato dei sacrifici e all’importanza di avere sempre delle idee.


Prima di proseguire è il caso di fare una precisazione: Rick Naldi è un nickname, come è venuto fuori?

Sì, tutti mi conoscono così, ma all’anagrafe io sono Riccardo Streni. È stato un mio amico a chiamarmi Rick Naldi, così, per gioco, e da qual momento non ho smesso di usarlo… È vero, molti pensano che sia il mio nome di battesimo e a me non dispiace. Suona bene e lo sento mio.



Quando hai preso in mano la direzione dello store Naldi?

Nel marzo 2010, esattamente dieci anni fa. I figli di Luigi chiesero in primis a me e all’altro collaboratore, Claudio, se fossimo disponibili a prendere in mano la gestione del negozio. In seguito, circa un anno fa, Claudio ha deciso di lasciare e quindi da quel momento lo store è gestito da me e dal mio prezioso team.



Cosa avete cambiato rispetto alla gestione precedente?

Abbiamo rinnovato diversi aspetti, accogliendo nuovi brand e dando spazio ad alcuni elementi innovativi, pur lasciando in primo piano la forza della sartoria made in Italy.

Qual è stata la prima operazione sostanziale che avete effettuato?

Ci interessava posizionarci come concept store, quindi come un punto vendita eterogeneo, per offrire al cliente un'esperienza ricca di suggestioni, coerente e in armonia con il nostro target.

In un certo senso, il concept store si inserisce in quella dimensione che Debord definiva come “società dello spettacolo”...

Sì, diciamo che lo store viene percepito come un palcoscenico dove il cliente diventa l’attore principale, il protagonista del suo mondo estetico, se posso usare questa parola. Ma è chiaro che uno shopping esperienziale deve essere guidato.




Quello che ho compreso con l’esperienza è che è il commerciante stesso il valore aggiunto. Oggigiorno, soprattutto grazie alla comunicazione online, siamo noi commercianti che possiamo fare la differenza



Questo è uno dei motivi per cui è necessario che uno store manager sia anche una sorta di regista, che lavora quotidianamente insieme ad un team di persone specializzate e competenti.

Negli anni ho compreso che senza una visione contemporanea e un team affiatato è praticamente impossibile realizzare qualsiasi idea di valore.


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Dalla volontà di posizionare lo store Naldi come concept store è facile comprendere anche la tua passione per un certo tipo di eventi. Quest'anno hai pensato a un flash mob. Per quanto abbiano perso la loro forza “situazionista” a favore di una dimensione di condivisione di desideri brandizzati e mondi interiori in chiave pop, la radice dell'imprevedibilità da cui nascono i flash mob è quella che ha dato vita alle strategie di guerrilla marketing o marketing non convenzionale. È un po’ come se lo stesso situazionismo abbia subito un detournement.

Sì, gli eventi, come le sfilate outdoor, sono sempre stati una mia passione. Anni fa riuscivamo a farne anche di più, poi la mole di lavoro per la cura della comunicazione online è ovviamente aumentata e questo mi ha portato a trovare un equilibrio fruttuoso per lo sviluppo delle idee e la realizzazione degli eventi. Ho usato il flash mob per creare una situazione di festa "improvvisa", mi interessava creare energia e condividerla con tutti i partecipanti.

Ma, a proposito di web e cambiamenti, come si è evoluta la figura del commerciante in relazione al mondo digitale?

Per molti aspetti, il cambiamento del mio lavoro di commerciante è intuitivo ed è legato all'arrivo degli e-commerce, dei social e di strumenti digitali come ApplaudArt, che mi sembra sia l'insieme dei primi due: commercio online e comunicazione social.



Non a caso, stiamo per implementare l’e-commerce nella nostra piattaforma social. Domanda secca: cosa ti piace di ApplaudArt?

Oltre al fatto che puoi mostrare cosa sei capace di fare ovunque tu sia, se lavori a Roma o a Canicattì non cambia nulla sotto questo aspetto… meritocratico, mi piace il fatto che puoi essere trovato facilmente grazie a quel motore di ricerca interno che avete sviluppato, così da dare subito al potenziale cliente un’idea di chi sei e cosa fai.



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Alessandro - Team Naldi

Ci sono altre evoluzioni degne di nota nella tua figura professionale?

Quello che ho compreso con l’esperienza è che è il commerciante stesso il valore aggiunto. Oggigiorno, soprattutto grazie alla comunicazione online, siamo noi commercianti che possiamo fare la differenza, dimostrando le nostre abilità ancor prima di accogliere il cliente in negozio, anche raccontando i nostri valori e il nostro carattere. Fino a qualche anno fa, le cose sotto questo aspetto erano diverse: molti miei colleghi attendevano all’interno del negozio che qualcuno entrasse attratto da sconti improbabili scritti a caratteri cubitali sulle vetrine, sconti che a malapena erano utili per coprire una parte dei costi investiti.




Per certi aspetti, il cambiamento del mio lavoro è intuitivo ed è legato ai cambiamenti dettati dalla tecnologia



Come realizzi i contenuti che condividi online?

Ho adibito uno spazio all’interno dello store per scattare foto e girare piccoli video con i capi d’abbigliamento indossati dai modelli, modelli che sono anche nostri clienti. In circa un’ora riusciamo a mettere online qualsiasi novità che arriva in negozio.



In fondo, sognare fa parte della realtà, è una pratica quotidiana, no?



Progetti per il futuro?

Creare un mio marchio di abbigliamento, è il mio piccolo grande sogno. Un sogno che cerco di realizzare giorno dopo giorno. In fondo, sognare fa parte della realtà, è una pratica quotidiana, no?

team Naldi store
Arianna - Team Naldi

Assolutamente sì. Un paio di domande prima di salutarci. La prima: che musica ascolti in casa e/o in negozio?

Ascolto diversi generi... i miei preferiti sono: Coldplay in primis, Post Malone, Maroon 5, Drake… ma il mio idolo, un genio assoluto secondo me, è Michael Jackson.

team Naldi Filippo
Filippo - Team Naldi

Mandami un video mentre esegui il moonwalk in negozio.

Ok! [sorride, ndr]. Nel frattempo ti posso dire che c’è un posto dove sono stato tempo fa, Salvador in Brasile, che porto sempre nel cuore anche perché Michael Jackson ci girò in passato il video di They Don’t Care About Us. Guardalo quando puoi, è incredibile quanto sia ancora attuale.




Creare un mio marchio di abbigliamento è il mio piccolo grande sogno



Ultima domanda: come vorresti essere ricordato tra cent’anni?

Come uno che non ha mai smesso di inseguire il sogno.



Il video del flash mob


Ecco il video che abbiamo realizzato con le riprese effettuate durante il flash mob del 9 novembre scorso, in occasione della presentazione della linea AI 2019 - 2020.

anteprima video youtube flashmob naldi


Il video del flash mob


Ecco il video che abbiamo realizzato con le riprese effettuate durante il flash mob del 9 novembre scorso, in occasione della presentazione della linea AI 2019 - 2020.

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Al termine dell'intervista, dopo aver ringraziato Riccardo per la sua disponibilità, mi è venuto in mente un racconto di Jorge Bucay, il motivo è nel racconto stesso.



L'elefante incatenato


Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune... ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.

Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. Era davvero un bel mistero.

Che cosa lo teneva legato, allora? Perché non scappava?

Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente. Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta: l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui. Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora... Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita. E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo. E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più...

Proprio così, Demiàn. Siamo un po’ tutti come l’elefante del circo: andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la libertà. Viviamo pensando che “non possiamo” fare un sacco di cose semplicemente perché una volta, quando eravamo piccoli, ci avevamo provato ed avevamo fallito.

Allora abbiamo fatto come l’elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: non posso, non posso e non potrò mai. Siamo cresciuti portandoci dietro il messaggio che ci siamo trasmessi da soli, perciò non proviamo più a liberarci del paletto. Quando a volte sentiamo la stretta dei ceppi e facciamo cigolare le catene, guardiamo con la coda dell’occhio il paletto e pensiamo: non posso, non posso e non potrò mai.

Jorge fece una lunga pausa. Quindi si avvicinò, si sedette sul pavimento davanti a Demiàn e proseguì.
Jorge: È quello che succede anche a te, Demiàn. Vivi condizionato dal ricordo di un Demiàn che non esiste più e che non ce l’aveva fatta. L’unico modo per sapere se puoi farcela è provare di nuovo mettendoci tutto il cuore... tutto il tuo cuore!
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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Web content editor, skater, guitar player. Ho scritto su Rolling Stone, Write and Roll Society, Bastonate.

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