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Simone Ceccarelli: quella passione che mette tutto in moto

Simone Ceccarelli inizia fin da ragazzino a nutrire il sogno di aprire un'officina come Ruote Rugginose dedicata alla customizzazione e al restauro di moto d'epoca. La svolta arriva con una vecchia Ducati che Simone ribattezzò Minerva, come la dea protettrice degli artigiani

La bellezza è in mano alle persone che si sono fatte coraggio. Ascoltando le parole del fondatore di Ruote Rugginose non puoi pensarla diversamente: è così. Il suo è un universo dominato dal pensiero della passione, dove la grande divinità da pregare è la felicità nel dare gas a quello che ami.
Sono le persone come lui che formano quella tribù di mosche bianche che non hanno niente da perdere. Dove lo scopo è passare attraverso le soddisfazioni della vita col viso percorso da emozioni senza nome, in una sorta di ambizione esistenziale data dalla capacità di sentire i propri sogni a livelli molto alti di consapevolezza e caparbietà, soprattutto di grande intensità, fuori da ogni sicurezza utilitaristica, fuori da qualsiasi schema fissato da altri. Come se la vita fosse sempre un nuovo inizio da interpretare con uno stile, un induplicabile stile.

Durante l'intervista gli ho chiesto cosa faceva quando era bambino, con chi giocava, come si divertiva. Mi ha detto diverse cose, una la ricordo meglio di altre: osservava suo nonno mentre era impegnato a riportare in vita qualsiasi oggetto in via di estinzione, laddove la ruggine aveva già vinto tanti incontri ma non l’ultima battaglia. E se restaurare è un’educazione sentimentale, allora i restauratori sono gli ultimi romantici, quelli che prima di lavorare con la materia lavorano contro l’obsolescenza programmata: i loro ferri del mestiere sono i ricordi.


Facevo le quattro di notte in garage e alle otto mi alzavo per andare al lavoro in concessionaria

Alla classica domanda: “Quando è iniziato il tutto?”, mi ha risposto: “Io mi sono appassionato ai motori fin da piccolo, ho un bellissimo ricordo di mio zio che era motociclista e che purtroppo è morto in moto... il nonno, come ti dicevo, si dilettava ad aggiustare le robe vecchie, casa mia era piena di oggetti vecchi rimessi a nuovo, sono sempre stato affascinato da queste cose, e a tredici-quattordici anni ho cominciato a chiudermi in garage per sperimentare; poi intorno ai diciotto-diciannove anni ho fatto il mio primo restauro completo con elaborazione su una vespa, sempre a casa.

A ventidue anni, con alcuni amici abbiamo preso un box di 100 mq che poi è diventato di 200 mq, dove all'interno giocavamo con le auto e le motociclette, e in quel periodo mi sono comprato un ponte, poi ne abbiamo comprati due, e ho continuato a sperimentare sempre di più, facendo qualche motocicletta per me, e successivamente per alcuni clienti, che erano amici che si affacciavano lì al garage.


Avevo sempre voglia di fare qualcosa di innovativo, avevo sempre voglia di vincere

Ho fatto questo parallelamente ad altre attività. Facevo le quattro di notte lavorando sulle moto e alle otto mi alzavo per andare al lavoro in concessionaria, ero un venditore d'auto. Studiavo i manuali, sperimentavo, immaginavo, costruivo. Ero sempre agguerrito, avevo sempre voglia di fare qualcosa di innovativo, avevo sempre voglia di vincere. Fino a quando sono finito in cassa d’integrazione con il mio lavoro in concessionaria, e in quel momento ho fatto un corso per diventare manutentore aeronautico mentre portavo avanti la preparazione del garage.


Con la Minerva è arrivato il mio punto zero, mi son detto: se va in porto la vendita all'asta, la mia passione sarà il mio lavoro


In seguito, facendo vari contest, varie fiere e varie motociclette, ho deciso di abbandonare il lavoro di venditore d’auto che nel frattempo avevo ritrovato, e ho seguito la strada dell’officina. Con la Minerva è arrivato il mio punto zero, mi son detto: se va in porto la vendita all'asta di questa moto (asta tenuta a Parigi da Bonhams e intitolata Les grandes marques du monde au Grand Palais, ndr), l’officina, cioè la mia passione, sarà il mio lavoro. E così è stato. Sai Danie’, è come se tutto quello che ho fatto fino a quel momento sia stato il percorso che mi ha portato qui.”

Simone ultimamente lo sento quasi ogni giorno. Dopo l’intervista con lui, ho deciso di togliermi uno sfizio (è la crisi di mezza età!): ho deciso di regalarmi una moto, una di quelle da criminale anni Settanta. La sto cercando per riprogettarla in uno stile che si avvicina al café racer ma per me è altro, qualcosa che per cazzeggio si potrebbe definire rum racer.

Allora mando spesso qualche link e qualche messaggio vocale a Simone, tipo: “Che ne pensi di questa moto? Ne vale la pena per quello che ho in mente?”. Insomma, gli rompo le palle continuamente e lui c’è, sempre tranquillo, col tono sereno, mi risponde con precisione su tutto, disponibile, attento. Lo senti subito che non c’è problema, lo senti subito che è felice. Non sto esagerando anzi, vorrei approfittare di questo pezzo per dire che in realtà sono pochi quelli che amano sentirsi vivi, e lui è uno di questi. Quella scintilla dentro, avete presente? Ecco, quella non si spegne mai.

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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Brand content manager: un figlio, un libro, un sogno. Ho scritto su Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Bastonate, Write and Roll.

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