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Max Bucci coltellinaio su ApplaudArt

Max Bucci: essere un coltellinaio non è solamente un lavoro

Max Bucci è nato nel 2001 ed è un coltellinaio. Bladesmith, se preferite l'inglese. Disegna, forgia e decora coltelli. "Quello che faccio", ci ha detto, "non è solamente un lavoro: per me è una spinta ad affrontare la vita. Pazienza, dedizione, precisione". Di recente si è trasferito a Milano, dove studierà Ingegneria Aerospaziale

Storia di Max Bucci su ApplaudArt Blog
Foto di Mart Hijmans

Ci sono alcuni lavori che sanno di primordiale, di antichi gesti universali. Essere un coltellinaio, battere il ferro sull’incudine, con la massa incandescente presa a martellate, è uno di questi.


Calum Franklin, dell’Holborn Dining Room di Londra, è un executive chef che prepara le classiche pies inglesi di pasta sfoglia con decorazioni e ripieni allucinanti. Tempo fa aveva condiviso una storia dove menzionava questo fantomatico “Max_Bucci_Knives” brandendo dei coltelli bellissimi. Gli piazzai subito il follow, al buon Max, e cominciai a seguirne i lavori che portava avanti.


Scoprii che non aveva manco vent’anni e che viveva in provincia di Arezzo, piena valle del Casentino. "Praticamente", pensai, “vive a 30 km da dove abitano d’estate i miei nonni... Gli scrivo per fissare un’intervista”.

Il Casentino è una valle molto raccolta. Non è il Chianti, non è Chianciano. Per venire in Casentino o prendi la provinciale da Arezzo, che è una via abbastanza agibile, altrimenti devi spararti il passo dei Mandrioli o il passo della Consuma, a seconda che tu venga dall’Adriatica o da Firenze. Non c’è molto da dire, è un posto meraviglioso.


Max mi dà la localizzazione di dove vive, Molin di Gabrino.

Cominciai a fare pressione al mio babbo per una forgia a carbone intorno ai 14, 15 anni


La strada dalla villa dei miei nonni a Molin di Gabrino è: borghi sperduti, strade coi ciottoli e macchie boschive. Poi c’è uno sterrato, sulla sinistra. Un tratturo polveroso. Entri in un’altra dimensione, in una valle nella valle, per così dire. I cartelli stradali vengono sostituiti da ciocchi di legno con scritto “HERE STARTS THE NATURE”, cose così.

Molin di Gabrino sono quattro case e, appunto, un mulino. Una di queste quattro case è quella di Max. Una classica cascina toscana: pietre a vista, giardino, orticello, un cane e un gallo signorile che indica la retta via alle galline.



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Max è alto, sbarbato, biondo, teutonico a suo modo. Secco ma con mani grandi, mostruose. Quando parliamo, fissa spesso dei punti distanti, come se stesse proiettando immagini per raccontarmi meglio quello che fa.


Ci sediamo intorno a un tavolo di legno massello, tosto e teso.
“L’ha fatto mio padre”, mi dice Max.


Qualsiasi cosa che ti aiuta a esprimere quello che provi, quello che vuoi mostrare, è arte


Max Bucci coltellinaio su ApplaudArt
Foto di Mart Hijmans

Tutti artisti, in famiglia?

Mio padre faceva gli archi, era anche arciere. Gli è sempre piaciuto lavorare il legno, io sono partito dalla lavorazione del legno in effetti.


Come è partito tutto?

Fin da piccino facevo qualcosa col legno. Coltellini, pezzi di legno, fare una lancettina o una spadettina di legno. Son passato alla selce per fare le punte di freccia e piccoli coltellini ma era estremamente difficile. Con la selce dai un colpettino sbagliato e ti si rompe metà. Cominciai a fare pressione al mio babbo per una forgia a carbone intorno ai 14, 15 anni.


Ma così, a 15 anni?

Sì, mi piaceva la manualità, mi piaceva l’idea di fare coltelli, spade. Io sono un ariete, quando mi piazzo su una cosa la porto in fondo. Dopo 2 mesi che gli dicevo "facciamo facciamo" mi ha dato gli utensili, ossia la mola, un attrezzo meraviglioso, già con quello puoi fare il coltello, dal taglio al manico.


Mi son ritrovato con 36 gradi davanti a un forno a 1400 gradi, tiri fuori il pezzo che emana un calore devastante e stare lì a martellare… ci vuole dedizione, pazienza


Quindi legno, selce e acciaio.

E adesso mi spacco sull’acciaio damasco.


Cosa ha di particolare il damasco?

La lavorazione. Col damasco c’è una procedura. Prepari un “pacchetto”, un insieme di strati, lamelle, tante lamelle di materiali alternati – un acciaio che contiene nichel, uno che non tiene nichel, ad alto contenuto di carbonio. Se quello col nichel lo metti nell’acido diventa lucido, l’altro opaco. Fai venti strati “lucido/opaco”. Gli dai una saldatura a elettrodo e poi lo infili nella forgia quasi a temperatura di fusione, e a quel punto schiacci gli strati e diventano un pezzo unico.


Una lastrettina unica ma di venti strati, la ripieghi e diventano quaranta strati, la pieghi e la ristiri. Arrivi a una quantificazione di duecento strati. E lavorarli non è semplice. Poi, quando fai la forma della lama, e fai il grinding, per fare il filo, allora poi vai a esporre questi strati d’acciaio. Quando la metti nell’acido quello che è bianco rimane lucente e quell'altro va sullo scuro.

Max Bucci coltellinaio su ApplaudArt
Foto di Mart Hijmans

Tu lavori su commissione, oppure produci una linea e vendi quella? Un cliente deve per forza contattarti in privato?

Non mi piace creare qualcosa standard e venderlo, preferisco interagire col cliente. Ho fatto un corso di disegno specifico, per far vedere meglio al cliente i tipi di manici, le variazioni della lama. Per una tedesca ho fatto una specie di forchetta con l’impugnatura simile al beccuccio del narghilè. A me piace fare questo coi miei clienti: non semplicemente che faccio un disegno e che me l’approvino, ma che mi diano indicazioni, che ci sia uno scambio di visioni.

Max Bucci coltellinaio su ApplaudArt
Foto di Mart Hijmans

La svolta commerciale è arrivata con Chef Calum?

Moltissimo. Ero su a lavorare in un agriturismo, il Novanta, per l’alternanza scuola-lavoro, e l’ho conosciuto lì, dove lui era stato invitato come influencer. Si era innamorato del mio lavoro. L’ho portato a far vedere diversi miei coltelli, e ne ha comprati quattro. Fece una storia sui social e iniziarono ad arrivarmi clienti. Principalmente, molti coltelli sono stati ordinati da Londra, da chef di diversi ristoranti.


I tuoi coltelli sono più da esibizione o da lavoro professionale in cucina?

I miei coltelli, per essere coltelli, devono essere tassativamente funzionali. Che siano belli mi interessa, ma devono tagliare bene.


Non mi piace creare qualcosa standard e venderlo, preferisco interagire col cliente


Che percorso di studi hai fatto?

Itis, specializzazione Meccanica, che mi ha dato una formazione anche umana oltre che tecnica. Adesso andrò a studiare Ingegneria Aerospaziale al politecnico di Milano.


Ti definiresti fabbro, artigiano o artista?

Un po’ tutto, e un po’ niente. Artista mi piace, perché ci spendo il mio tempo il mio sangue – letteralmente a volte – e tanto sudore, a fare il damasco mi son ritrovato con 36 gradi davanti a un forno a 1400 gradi, tiri fuori il pezzo che emana un calore devastante e stare lì a martellare… ci vuole dedizione, pazienza.

Max Bucci coltellinaio su ApplaudArt
Foto di Lucia Gennellini

Che cos'è per te l’arte?

Qualsiasi cosa che ti aiuta a esprimere quello che provi, quello che vuoi mostrare. Tutto è arte. La musica è arte, disegnare è arte, battere il damasco è arte.


Ascolti musica quando batti sull’incudine?

Beh, sì, mi deve dare forza… John Coltrane per disegnare e ispirarmi, rap vecchia scuola quando sto all’incudine. Coltrane top. Ho anche suonato il sassofono.


Vedi che sei artista? E pure polivalente!

Eh, un motivo per il quale mio padre non voleva farmi la forgia è che tendo molto a cambiare le passioni, a passare da passione a passione, ne ho cambiate un casino.


Magari la forgia ti ha stabilizzato.

Sì, quattro anni e mezzo che ci lavoro. Sì, mi ha aiutato a seguire un punto fisso.


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Laboratorio di Max Bucci - coltellinaio su ApplaudArt
Il laboratorio di Max

L’ispirazione da dove parte, da dove nasce?

Agli inizi era un’evoluzione mia, provare nuove forme di manico, di lama, diverse geometrie per la sezione della lama più fine più grossa. Sperimentavo. Poi anche ispirazione da altri coltellinai. Vedi qualcosa che ti piace da uno, provi quella lama o quel manico. L’esperienza migliore l’ho avuta al bladeshow in America, ad Atlanta in Georgia. Migliaia di coltellinai, ci va il top del top, la crème della crème, è come… una fiera di calciatori in cui ci sono solo Messi e Ronaldo, non so che metafora usare perché non seguo il calcio. Vedi i tuoi miti, gli stringi la mano, prendi ispirazione, vedi forme nuove, modi nuovi di tagliare… bello veramente.

Forgiare mi ha aiutato a seguire un punto fisso


Però è un peccato che lo abbandoni, questo percorso.

Sì, però resta una parte della mia vita. Mi ha accompagnato per un casino di tempo. La mia vita da coltellinaio non sarà più a tempo pieno, ma continuerò a faro quando avrò richieste che reputo interessanti.


Ti mancherà, l’esser coltellinaio e casentinese?

Sì. Mi dispiace lasciare il Casentino. Odio le città. È tutto persone, cemento, persone, cemento, macchine, cemento, persone. Ma ho bisogno di cambiamento.


Per te, al di là del lato economico, penso che sia stata una passione che ti faceva stare bene.

Era partito dal bisogno di fare qualcosa. L’arrivare a sera e non aver fatto niente di produttivo, di giorno, mi consumava.

Eh ma scusa, a 15 anni il tuo lo fai andando a scuola e studiando.

Sì però c’hai così tante cose da poter fare nel mentre… E sentire di buttare via tempo non m’è mai andato bene. E poi è stato formativo: veder una lama spezzarsi dopo un mese di lavoro, e doverci risudare su altri giorni, non si può spiegare. Mi fa apprezzare i successi, mi costruisce la perseveranza, la pazienza. Il fare qualcosa, poi, ti fa apprezzare altre arti.

L’ignoranza… la storia dell’ignorante che pensa di saper tutto, e di quello che studia che invece sa così tante cose che sa quante non ne sappiamo… si rispecchia nell’arte. Facendo coltelli, ho imparato a non dare per scontato nessun lavoro. Magari quello che fa lampade, gioielli o anche ricette di cucina, adesso capisco quanto tempo possa aver messo per realizzare qualcosa, quanto tempo ci abbia pensato. Quanti pezzi prima di quello abbia potuto sbagliare.


Ti sei iscritto da poco su ApplaudArt, come ti trovi?

Ho pubblicato un post e qualche ora dopo ho ricevuto una richiesta in chat, mi sembra un inizio promettente.


Ultima: che cosa vuoi fare da grande?

Per adesso il sogno è di andare a lavorare per Elon Musk alla SpaceX. Lotterò affinché si realizzi.

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Lorenzo Monfredi
Lorenzo Monfredi
Ho 26 anni, negli ultimi anni ho cambiato troppe case e ho lavorato in cucina. Ho scritto su Write and Roll Society, Riders, Urbane Magazine, Soccer Illustrated.

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