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Marino Moretti: "La tradizione è evoluzione"

Per un'assonanza dei titoli, l’uscita del docu-film su Chiara Ferragni, Unposted, ci ha fatto pensare di rimando al mini-doc che abbiamo realizzato sulla figura di Marino Moretti, Uncovered

Unposted

In una scena di Unposted, il docu-film su Chiara Ferragni diretto da Elisa Amoruso, c’è una sequenza di filmini girati dalla madre di Chiara, durante le vacanze con la famiglia negli anni Ottanta, gli anni glitter per eccellenza. La madre è la regista della famiglia, è sempre dietro alla videocamera: il suo scopo (inconsapevole?) non è solo quello di catturare il tempo ma anche quello di mediare la distanza con il resto del mondo tramite la video-spettacolarizzazione di una famiglia in vacanza.


Perché ormai è l’immagine stessa che da mezzo è diventata fine, che da strumento è diventata il prodotto


In quei filmini, Chiara cerca il consenso della madre facendo sorrisoni e facce buffe. La dinamica è la stessa di oggi: i sorrisi sono rimasti, mentre le facce buffe hanno lasciato il posto a sguardi felici, luminosi, e imperturbabili. La bambina protagonista dei video homemade è diventata l’imprenditrice digitale che vuole, deve e riesce a controllare la sua immagine mediatica per trarne - giustamente - profitto. Perché ormai è l’immagine stessa che da mezzo è diventata fine, che da strumento è diventata il prodotto estremamente funzionale per conquistare il consenso nel web.

In sintesi, forse è in questo periodo (circa dieci anni fa) che dal famoso Die Welt als Wille und Vorstellung (Il mondo come volontà e rappresentazione) siamo giunti a Die Web als Wille und Vorstellung (Il web come volontà e rappresentazione).

Chiara Ferragni ha 32 anni e 17 milioni di follower. Una parte della sua vita è in un limbo riservato, un limbo spazio-temporale che sta tra la sua vita pubblica e la sua vita privata del privato (ma non della privacy). Un limbo che i suoi haters e molti dei suoi follower vorrebbero scoprire, e che per questo nutre in qualche modo il suo successo. Il motivo degli incassi di Unposted è proprio questo, e la crew Ferragni lo sa benissimo. Come era prevedibile, il titolo del docu-film di Elisa Amoruso non mantiene la promessa di svelare qualcosa di nuovo: Unposted è l’ennesimo obiettivo raggiunto grazie a una strategia consolidata, che poggia le sue basi su un modello di business targettizzato talmente tanto da diventare un case study a Harvard.


Una parte della sua vita è in un limbo riservato, un limbo spazio-temporale che sta tra la sua vita pubblica e la sua vita privata del privato (ma non della privacy)


Stimo la persona Ferragni per essere riuscita a fare quello che amava, ma il limite evidente di Unposted è al contempo uno dei punti di forza del suo personaggio social: non ci sono conflitti, e senza conflitti non può esserci storia realistica e quindi coinvolgente, ma solo l'autocelebrazione di una "brava persona" (cit.); l’autenticità tanto agognata finisce per sembrare minuziosamente costruita: un’autenticità fittizia.

Uncovered

In una scena di Uncovered, il mini-doc su Marino Moretti diretto da Michelangelo Garrone, Marino racconta la sua infanzia partendo dagli anni ‘60, anni in cui Luigi e Mario, rispettivamente padre e nonno di Marino, fotografi e collezionisti (dettaglio rilevante: avevano anche una parte della collezione di ceramiche di epoca romana e pre-romana dei Principi Massimo) recuperano, in quel periodo mai tramontato di ristrutturazioni edilizie senza ritegno, frammenti di ceramiche medievali e rinascimentali ancora stratificate nei butti (i pozzi scavati dagli Etruschi nella rupe, tipo uno per famiglia, poi riempitisi col tempo e utilizzati come deposito di materiali non più in uso).
In sintesi, si tratta di un mini-doc, quello su Marino Moretti, che rimette insieme una storia, mentre ne scrive un’altra.


Il confronto con altri ceramisti mi ha arricchito e mi ha fatto capire che era fondamentale arrivare ad un linguaggio personale


Attualmente Marino lavora nel suo laboratorio che occupa il piano terra del castello-fortezza di Viceno, piccolo borgo che si affaccia sulla città di Orvieto; la struttura, costruita intorno all’875 d.C., è anche residenza dell'artista e della sua famiglia.
Quando, in una scena iniziale del breve documentario, la telecamera inquadra i lavori di Marino, lo scopo è quello di rendere visivamente uno dei concetti fondamentali per Moretti: “la tradizione è evoluzione”. E per evolvere deve tradire, dando così risalto alla radice latina della parola tradizione (la Treccani ci dice che tradĕre significa consegnare, e che il verbo è influenzato nel significato dall'uso peggiorativo del racconto evangelico, nel quale Gesù è consegnato, e cioè tradito, da Giuda).

Guarda Uncovered

L'elemento conflittuale in Uncovered riguarda la società contemporanea in cui è immersa la vita di Marino Moretti. Cosa significa vivere di arte nel 2019 quando non si gode di una fama internazionale?

Oggi che la battaglia si è spostata su altri fronti, perché essere bravi nel proprio lavoro non basta più. Bisogna essere bravi anche nel raccontare il proprio lavoro, guardare oltre, seminare altrove, sperimentare nuove possibilità tecnologiche, coltivarle, curarle, evolvere.
La nuova sfida di Marino Moretti a Marino Moretti non è la sfida di una categoria, ma è una sfida atavica: avere o essere?
Qualcuno dirà: avere ed essere.

Quando l'ho incontrato abbiamo parlato dell'improvvisazione di Bill Evans, della bellezza di Peace Piece, di un ritratto di Schiller e della bellezza del gioco, di gioia e fotografia, di quanto sia sovversivo vivere slowly. (Nel tempo impiegato per sederci, presentarci e prendere un caffé, un paio d'ore a starci stretti, Chiara Ferragni potrebbe tranquillamente aver stretto un centinaio di mani diverse in dieci appuntamenti di lavoro). 

Abbiamo parlato di frammenti di sogni, di rimpianti, di speranze mai sopite. E una volta terminata l'intervista sono uscito fuori dal suo laboratorio, lasciando che la magia rimanesse nel ricordo di una dissonanza tra ciò che è fuori e ciò che è dentro. Quel panorama era così bello che avrebbe potuto commuovere anche Salvini.
Guardavo quel panorama e pensavo a mio figlio, guardavo quel panorama e pensavo a mio padre; guardavo quel panorama e mi sentivo un coglione, come in questo momento d'altronde.

Ho pensato a Essere una macchina di Mark O'Connell, a The Fountain di Aronofsky ("E se potessi vivere per sempre?", cit.). Cos'è questa disperata ricerca di autenticità? Quella di Chiara Ferragni, quella di Marino Moretti, quella del Pd?


La nuova sfida di Marino Moretti a Marino Moretti non è la sfida di una categoria, ma è una sfida atavica: avere o essere?


Per vedere Uncovered clicca qui


Titoli di coda

Questo pezzo, nella sua totalità, si presta a una doppia lettura, una delle quali è ironica.
Il cinema non è una protesi del web, non è IGTV, non è Youtube, non è Netflix, non è Amazon Prime Video. Non è una questione solo di forma, ma soprattutto di contenuto, di linguaggio cinematografico. Non sto dicendo che non debba evolversi ("la tradizione è evoluzione", appunto), ma che la sua evoluzione non deve abbassarsi verso qualcosa che cinema non è. Il rischio, in un futuro prossimo, è quello di andare al cinema per vedere spot autocelebrativi di un'ora e mezza preceduti e intervallati da film di un minuto e mezzo.


Perché in fondo l'autenticità non è altro che la conseguenza della liberazione da un pensiero che ossessiona più o meno tutti: cosa penseranno gli altri di me?


Sono stati prodotti docu-film bellissimi (Il sale della terra, Searching for Sugar Man, Pina, per citarne qualcuno) senza intaccare negativamente il linguaggio cinematografico, anzi. E, a proposito di autenticità e film incentrati su figure femminili profetiche che hanno segnato un'epoca, oggi 26 settembre esce nelle salette italiane il biopic su Lou Von Salomé, scrittrice, poetessa, filosofa, psicologa e soprattutto donna che ha vissuto in modo autentico.

Perché in fondo l'autenticità non è altro che la conseguenza della liberazione da un pensiero che ossessiona più o meno tutti: cosa penseranno gli altri di me? Solo dopo essersi liberati da questo condizionamento si può indossare, raccontare e mostrare con il proprio stile anche la parte più conflittuale e anarchica di noi stessi, tipo il mio naso.

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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Brand content manager: un figlio, un libro, un sogno. Ho scritto su Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Bastonate, Write and Roll.

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