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Jago, ovvero l'arte di fare ciò che ami senza avere paura

Grazie al talento singolare, alla profondità comunicativa, al realismo perfetto delle sue opere, Jago è uno dei giovani artisti italiani più in vista del momento. Ma dall'adolescenza ad Anagni fino al successo internazionale di oggi c'è un percorso molto preciso, tracciato da una visione particolare del fare arte per lavoro. Ecco perché Jago è arrivato fino a qui.

INTRO


Jago è un artista italiano che lavora nella scultura e nella produzione di video. O almeno, nella biografia che trovi sul suo sito ufficiale, c’è scritto così.

Tuttavia per me, prima di questa intervista, Jago era l’artista che aveva spogliato il Papa con Habemus Hominem. Era quello che infilava i cucchiai nel marmo, declassandolo a burro; era quello dei trenta cuori in ceramica palpitante, quello che piantando un Kalashniskow nella roccia aveva portato di colpo la leggenda di Re Artù in Rwanda.

Insomma, prima dell’intervista, per me JAGO era un mostro, un genio, un fenomeno nato ad Anagni trentadue anni fa.

Il giorno dell’intervista, quando ho riagganciato la cornetta al termine della nostra telefonata (che in realtà è avvenuta via Skype, ma la cornetta è più evocativa) JAGO aveva finito la pausa pranzo e stava per rimettersi a lavoro nel suo studio a New York. Io invece sono salito in macchina per andarmene a cena.

Nella mezz’ora di viaggio tra le campagne umbro-laziali che separano la redazione da casa, ho acceso la radio. Proprio sugli ultimi accordi di un pezzo che mi piaceva, anche se ora non ricordo che pezzo era. Curva dopo curva, non riuscivo a togliermi dalla testa la conversazione che avevo avuto con Jago, al punto che persino la radio - abbassata ora al minimo - mi impediva di pensare bene.

Continuavo a dirmi che se dietro alla bravura c’era anche tanta lucidità, allora non si trattava di un alieno. Semplicemente, certe persone hanno una visione più chiara delle cose che fanno, ed è per questo che cercano di farle al massimo delle loro capacità.

Per qualche ragione questo mi faceva sentire sollevato, una sensazione che di lì a poco avrei premiato con una sigaretta.

Avvicinandomi alla via di casa mi avvicinavo anche all'idea che, anche se non tutti hanno lo stesso talento, di sicuro dare ascolto a chi ne ha ricevuto una razione doppia aiuta a vederci più chiaro.

Cercando di corrompermi, la radio attaccava Are You Gonna Go My Way di Lenny Kravitz, costringendomi a rialzare un po’ il volume.

Mentre abbracciavo il poggiatesta del passeggero, nel tentativo di parcheggiare tra due macchine troppo vicine tra loro, mi risultava ormai chiaro un concetto: tutti (davvero tutti) possiamo affrontare il nostro lavoro e vivere la nostra vita in modo creativo, e raggiungere risultati straordinari.

Mica straordinari in assoluto, ma quanto meno straordinari per noi.

Cominciavo così a convincermi che nell’intervista non avrei inserito i progetti passati, presenti o futuri di Jago. Le sue tecniche scultoree o i materiali utilizzati, tutti quegli argomenti che piacciono agli addetti ai lavori per intenderci.

La cena era quasi pronta e l’intervista a JAGO avrebbe parlato di cosa serve per realizzarsi grazie alle cose che amiamo fare.


L'intervista


Si può essere artisti nel proprio lavoro, anche fuori dai confini tradizionali dell’arte?

Io sono sicuro che domani, se la vita mi costringerà a lasciare il mio lavoro e dovessi ritrovarmi a fare il netturbino, lo farei comunque artisticamente. È proprio un modo d'essere: la creatività, il modo in cui ci relazioniamo con la realtà che ci circonda, la nostra curiosità è lo snodo su cui ruota tutto. Questo meccanismo, se lo applichiamo in qualsiasi settore dell'attività umana, funziona. Uno è artista quando interpreta l’arte come lavoro, e per lo stesso motivo ogni lavoro può essere interpretato in maniera artistica.

Io ad esempio mi manifesto come artista nel pubblico, è così che le persone mi conoscono. Però faccio l'imprenditore. Mi occupo di tanti progetti, ma in ognuno applico la stessa creatività di quando scolpisco: è questo che fa la differenza, la creatività è una caratteristica che abbiamo tutti e che tutti possiamo sviluppare, ma ci si deve dedicare.

Mi hai fatto pensare a una citazione di Martin Luther King: “Se vi toccasse di fare gli spazzini, dovreste andare e spazzare le strade nello stesso modo in cui Michelangelo dipingeva le sue figure; dovreste spazzare le strade come Handel e Beethoven componevano la loro musica. Dovreste spazzarle nello stesso modo in cui Shakespeare scriveva le sue poesie. Dovreste insomma spazzarle talmente bene da far fermare tutti gli abitanti del cielo e della terra per dire: "Qui ha vissuto un grande spazzino che ha svolto bene il suo compito"

Non la conoscevo, però mi rincuora. Posso risponderti con un altro aneddoto: quando gli artigiani di una volta facevano le sedie a mano, perché non c'era la catena di montaggio, gli dicevano di fare le zampe posteriori bene come quelle davanti. Perché la divinità - dicevano - ha gli occhi dappertutto. Questo significa affrontare ogni attività con uno spirito diverso: uno deve fare le cose perché nel farle impara e si realizza, non tanto per farle. Come quelli che studiano per l’esame e non per loro conoscenza: in molti corrono il rischio di passare la vita a imparare cose che il giorno dopo scordano.

Il lavoro è qualcosa di prezioso che eleva il gesto in esso contenuto.

Che rapporto c’è tra arte e lavoro?

L'arte è lavoro. Io dalla mattina alla sera lavoro. Prendo con grande gioia il potermi dedicare interamente a quello che amo. Però è lavoro e come tale lo considero. Non si può immaginare un artista che riesca a godere dei frutti del proprio impegno come uno che dalla mattina alla sera non fa niente, che si diverte e basta. Il lavoro è qualcosa di prezioso che eleva il gesto in esso contenuto. Parlo di lavoro nel senso poetico della parola, nel senso alto, non riferendomi a qualcosa di alienante, a un’attività svolta ogni giorno con la mente proiettata al fine settimana. Un giorno in meno, un giorno in meno, un giorno in meno, e così via.

Il mio lavoro è la possibilità che ho per elevarmi. È l’opportunità che ho per fare un'esperienza del mondo, nel mondo e di me stesso. Quindi l'arte e il lavoro sono la stessa cosa, e un artista è tale quando lavora come artista. Per questo è molto importante non limitarsi al processo creativo o produttivo, ma spingersi oltre e conoscere il sistema in cui si inseriscono il tuo lavoro e la tua arte.

Promuoversi, comunicare, vendere al meglio quello che si fa, nel senso di dargli il massimo delle opportunità, avvicina l’arte al lavoro. È per questa visione che ti chiamano Social Artist?

L’artista è sempre sociale: se non stai chiuso dentro casa, imprigionato tra le tue cose, diventi per forza sociale. Qualsiasi gesto compiamo è sociale, perché comporta una modificazione dell'ambiente che ci circonda. Soprattutto nel momento in cui ti occupi di arte, sai che solo una parte di quello che fai è relativo alla tua soddisfazione personale, alla tua crescita, il resto riguarda il pubblico, le persone che ti circondano, il fruitore del tuo lavoro.

Credo che ogni opera non sia mai una cosa singola, uguale a se stessa, ma che sia fatta anche dalle persone che vi partecipano. D’altronde, un film senza uno spettatore che film è?


Tu sei sempre riuscito a coinvolgere il pubblico in modo partecipativo, e questo ti ha premiato nel tempo, facendo crescere intorno a te una community di persone che ti seguono passo passo. Ti ritieni famoso?

Di cose famose ce ne sono tante, anche un serial killer può diventare famoso. Io non ho il famosometro, e quindi non posso valutare questo indice, ma anche se avessi questa capacità, non so se riuscirei a tradurla in un valore reale. Avere il desiderio di notorietà non è detto che sia una cosa positiva nell'immediato. Credo che la notorietà debba essere una conseguenza genuina di un modo di fare volto alla restituzione.

In che senso?

Io produco delle cose, le immetto in un sistema e, se funzionano, le persone ne parleranno. Solo allora si genera la notorietà. È un processo che non puoi studiare a tavolino: molti lo fanno, i mezzi e i modi non mancano, ma i prodotti di una notorietà “artificiale” sono come i funghi, nascono un giorno e il giorno dopo sono morti. Michelangelo, per citarne uno caso, è famoso perchè le sue cose hanno superato la prova del tempo, e mi dispiace che lui non possa godere dei benefici, essere glorificato in strada mentre cammina. Perciò, quello che può interessarmi non è la mia stessa notorietà, ma la notorietà di quello che faccio. Perché in essa non c'è solo l'applauso, ma il risultato della condivisione di qualcosa con la società: quando una comunità sente propria un’opera, nel tempo questa entra a far parte del suo linguaggio, del suo costume, lascia un piccolo segno nel tessuto culturale. I segni poi si traducono in maniera imprevedibile, magari nel modo in cui una persona si veste al mattino, nei colori che sceglie quando dipinge la propria casa o in mille altre cose. Quella è la notorietà che cerco.

Non è che se nasci in un preciso momento storico hai dei vantaggi o degli svantaggi, i vantaggi ce li hai sempre, semplicemente perché nasci.


Guardando alla multimedialità delle tue opere mi viene da pensare, se invece del 1987 fossi nato nel ‘67, o nel ‘47, senza canali digitali per comunicare e diffondere il tuo lavoro, oggi saresti lo stesso artista?

Io conosco persone nate nel ‘67 che oggi utilizzano comunque i social e sono realizzati anche grazie ad essi. Non è che se nasci in un preciso momento hai dei vantaggi o degli svantaggi, i vantaggi ce li hai sempre, semplicemente perché nasci. Quindi, se sfrutti intelligentemente le cose che hai a disposizione, puoi fare sempre la differenza: se nasco oggi, ho la possibilità di dire qualcosa di nuovo rispetto all’oggi. Era così ieri e sarà così anche domani.

Fossi nato nel ‘67 sarebbe successa la stessa cosa, ma avrei cavalcato probabilmente con una consapevolezza diversa la nascita del social network, magari accorgendomi subito del loro vero potenziale. Invece ci ho messo un po’ per carburare, non tantissimo, ma comunque ci è voluto del tempo. Adesso però mi occupo della mia stessa comunicazione, da oltre 11 anni.


Questa cosa mi ha colpito, perché di cose da fare ce ne sono tante e il social - fatto per bene - è un’attività che assorbe tante energie. Lavorare bene e comunicare bene allo stesso tempo è possibile?

Sai, tanti ragazzi mi hanno scritto dicendo “Io faccio l'artista a tempo pieno, però a questo punto avrei bisogno di qualcuno che mi gestisca le cose”, con un modo di fare che fa sempre figo, e che forse 10 o 15 anni fa funzionava pure. Ma adesso ognuno deve essere produttore e manager di se stesso, sia perché ci sono tutti i mezzi a disposizione per esserlo, ma soprattutto perché comunicando il tuo lavoro in prima persona impari a gestire i contenuti, a capirne il valore reale, a conoscere da vicino il tuo pubblico con le sue esigenze e i suoi desideri.

Altrimenti sarebbe come voler parlare d’amore, ma giustificandosi dicendo “io non ho tempo di provare l’amore, non ho tempo di fare l’amore". Mentre d’amore, come d’arte o di lavoro, non puoi parlarne per sentito dire.

Inoltre, se sei l’autore del tuo stesso racconto, l'immagine esterna che darai sarà sempre in linea con i valori in cui credi, sarà un’immagine più fedele ed estremamente più potente. Personalmente, quando ho il piacere di seguire qualcuno mi aspetto che dall’altra parte ci sia la sincerità e la spontaneità di chi sto ascoltando. Il vero valore della comunicazione digitale sta nel proprio nel contatto diretto con qualcosa che ammiriamo, che può esserci utile, che può dare un insegnamento, a cui decidiamo liberamente di dedicare il nostro tempo. Se vedi la mia pagina Instagram, o Facebook, le cose che trovi le scrivo io, quando posso. Magari prima riuscivo ad essere più puntuale, ma sono sempre e comunque io.

E invece i limiti dei social quali sono?

In realtà il limite è sempre personale, dipende dall'utilizzo che se ne fa. La nostra vita oggi è praticamente tutta social, perché tutti passiamo un’enorme quantità di tempo piegati sullo smartphone. Però dipende sempre da come impieghi quel tempo, da cosa fai, da cosa ci metti dentro, da quanto ti ci dedichi. Io non vedo limiti, vedo soltanto opportunità e responsabilità: tutto dipende da te.

Volenti o nolenti, il canale del momento è questo. Presto ne arriverà un altro, arriverà perché le persone producono sempre delle migliorìe. Ma d'altronde l'evoluzione è fatta così, il presente cambia in continuazione, chi è bravo riesce solo ad intuire in anticipo il prossimo passo.


Allora come sarà il social network del futuro?

Per fortuna non ho la sfera di cristallo, perché se ce l'avessi perderei il gusto di sperimentare le cose: io sono uno che cerca sempre di muoversi bene, ma che si muove sempre in funzione della scoperta Quindi, secondo me, il futuro del social network sarà nell'utilizzo che le persone ne faranno. Se tutti continueranno a mettere immondizia su immondizia, avremo un futuro fatto di immondizia. Questo possiamo dirlo, non è una previsione alla Nostradamus, è semplicemente un fatto.

Ho notato che nelle tue interviste usi spesso due termini - coraggio e ambizione - per descrivere la distanza che c'è tra il talento e la sua realizzazione, tra l'arte e il dare un senso materiale alla propria arte. Che significato hanno per te queste parole?

Non saprei dare una definizione marmorea, per non esprimermi - come dire - “al posto del Popolo”. Però posso dire con certezza che io ho avuto bisogno di entrambi, del coraggio e dell'ambizione, e ho bisogno di entrambi ogni giorno, in qualsiasi cosa faccio. L’ambizione mi spinge alla realizzazione e, attraverso di essa, alla conoscenza: per realizzazione non intendo la realizzazione economica; quella certamente è una parte necessaria, perché stando in un corpo materiale dobbiamo per forza preoccuparci di mangiare, bere, dormire, cercando di adempiere alle nostre responsabilità fisiologiche. Ma io vedo la realizzazione come una tappa verso la conoscenza: perché conoscere vuol dire essere aperti e curiosi, conoscere significa avere dei dubbi, ed io sono molto contento di essere una persona del dubbio.


Chi ha le risposte ha dei muri davanti


Meglio il dubbio delle certezze?

Chi ha le risposte ha dei muri davanti: noi facciamo la guerra perché pensiamo di avere delle certezze, nasciamo da un lato di una linea immaginaria e difendiamo una bandiera, nasciamo un metro più in là e ne difendiamo un’altra, ognuno fermamente convinto che il suo lato della barricata sia quello più giusto. Viviamo tutti in una bolla puerile, che potrebbe anche far ridere se non avesse effetti così devastanti. Quando viaggi, ti rendi conto che sotto ai tuoi piedi non esistono i confini che ti avevano insegnato da piccolo. Quei confini stanno solo nella nostra testa. Ecco, io credo che ci voglia ambizione per raggiungere i nostri confini personali, e che ci voglia coraggio per superarli. Quindi, tornando all'ambizione, la mia è quella di conoscere, soprattutto di imparare qualcosa su me stesso, di imparare a conoscermi: fare scultura dalla mattina alla sera mi costringe a stare solo, e quando sei solo ti fai delle domande. Le risposte a quelle domande non arrivano da fuori, ma da dentro, così capisci che tu puoi essere il produttore delle risposte che cerchi.


Se la tua più grande ambizione è quella della conoscenza e della scoperta, mi viene da chiederti cosa sia l’innovazione per te.

Beh, l'innovazione è tutto quello che abbiamo il coraggio di scoprire, è il desiderio che ognuno ha di potersi migliorare e di capire le cose, ed è anche un bene prezioso, perché tutto ciò che facciamo di nuovo dona agli altri un nuovo punto di vista. Io mi sento infinitamente limitato nei confronti del mondo che mi circonda, e questo mi piace tantissimo: mi concede uno stupore continuo nei confronti dell’universo, mi fa guardare tutto con gli occhi di un bambino, così che tutto mi sembra nuovo ed eccitante.

Quindi nel mio lavoro cerco di fare tesoro di ciò che “penso” di conoscere, di guardare con occhio critico alla tradizione e di darmi da fare per aggiungere qualcosa. Così, forse, qualcosa di innovativo arriva. Te lo potrei riassumere così senza filosofeggiare troppo: quando mi viene un’idea, piuttosto che andare su Google e cercare quella cosa per vederla, io la faccio. Male che va, anche se già esiste, sarà comunque diversa dall'originale. Questo sta alla base dell’innovazione, buttarsi e fare le cose: l’innovazione è correre il rischio di fare qualcosa di nuovo.


Provo a buttarmi anche io, allora, e a chiudere l’intervista con una domanda, diciamo, artistica. Nelle tue opere ho visto un tentativo di portare dettagli sporchi della realtà all’interno del campo artistico, idealmente puro. Esiste un processo inverso? In che modo l'arte entra nel nostro quotidiano?

L’arte entra nel tuo quotidiano anche se tu non te ne rendi conto: i calcoli che fai nel pettinarti, nel fare la riga a destra piuttosto che a sinistra, sono input che arrivano da artisti e stilisti che hanno dettato le proprie regole. Le emozioni nelle parole che sussurri all'orecchio della persona che ami, ce le ha messe un poeta chissà quanti anni fa. Tu sei compenetrato dall'arte, lo sarai sempre: la creatività ha una funzione sociale importantissima, perché tutto quello che facciamo dalla mattina alla sera - non solo le cose belle, ma anche le cose brutte - produce effetti sulla società. Poi siamo liberi di chiamarla Arte, o in un altro modo.

Se ci rendiamo conto della forza della nostra creatività, possiamo farne un uso magistrale, possiamo fare grandi cose. Altrimenti faremo solo... altre cose. Chi non è creativo, poi, è distruttivo. Questo è l'equilibrio. Io preferisco essere creativo ma ho imparato che per creare, devo distruggere.

Il marmo.


L'innovazione è correre il rischio di fare qualcosa di nuovo.


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