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Una forma di resistenza e di vita

Viviamo ormai in un contesto di emergenza generale. Tra le tante conseguenze, vorremmo capire in particolare: come cambierà il nostro modo di pensare al lavoro? E come reagire? Proviamo a rispondere a queste domande tenendo a mente il rapporto tra libertà individuale e responsabilità collettiva

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Illustrazione di Gianluca Scattarella

Nella realtà che stiamo vivendo (sembra di essere dentro Rumore Bianco di DeLillo o in un videogame tipo Plague Inc.), la politica si è vista costretta a riassumere un ruolo decisionale a cui non eravamo più abituati. Nel giro di pochi giorni, i leader politici sono passati dall’esser maggiordomi dell’Economia e della Tecnica (quest’ultima interpellata per rispondere alla domanda: su cosa investire?) a effettivi decision maker, disponendo misure politiche che, per contenere il contagio da Coronavirus, hanno e avranno ripercussioni sugli interessi economici.

Ma ha ancora senso parlare di Borse in calo o patti di stabilità? Forse no. Le nostre vite, dopo questo evento epocale, non torneranno come prima, non saranno più le stesse.

Oltre ai rischi per la salute, il timore di ritrovarsi senza lavoro dall’oggi al domani a causa del Covid-19 è già una certezza per molti lavoratori, e una eventualità molto probabile per altri. Una preoccupazione che si somma all’angoscia che stiamo vivendo tutti. Qualcosa a cui non eravamo pronti.

Ma ha ancora senso parlare di Borse in calo o patti di stabilità? Forse no. Le nostre vite, dopo questo evento epocale, non saranno più le stesse


Parlo di angoscia perché la filosofia ci ha insegnato che c’è una differenza sostanziale tra paura e angoscia: la prima ha anche degli aspetti positivi, quantomeno aiuta a rimanere vigili, mentre la seconda è solo deleteria: insomma, quando il pericolo è indeterminato, come nel caso di questo virus, è un bel casino.


E non è detto che la consapevolezza di essere vulnerabili sia un male


La società occidentale contemporanea, che dopo “la morte di Dio” si è affidata alla Tecnica, è abituata a pensare che sia tutto sotto controllo; quando questo non accade, è come se fosse invitata a compiere (per rimanere nel lessico nietzschiano) una sorta di trasvalutazione dei suoi valori.

E non è detto che la consapevolezza di essere vulnerabili sia un male: vivere al meglio ogni gioia quotidiana, vivere giorno per giorno accettando cambiamenti imprevedibili è una prospettiva che, per quanto possa sembrare ansiogena, potrebbe aiutare intere generazioni a ripartire dal qui e ora, e a farci comprendere che l’essenza della vita, la gioia nella zoe, è nel fare quello che vogliamo e possiamo fare.


In estrema sintesi, la gioia è tutto ciò che realizza una potenza


Immagino che alcuni si staranno chiedendo cos’è la gioia. In estrema sintesi, la gioia è tutto ciò che realizza una potenza. Proviamo gioia quando realizziamo qualcosa che possiamo fare, quando in noi si realizza appunto una potenza. Resistere in condizioni di vita estremamente difficili come quelle attuali significa anche questo: fare della gioia un concetto di resistenza e di vita.
Teniamo a mente questo passaggio spinoziano, sarà la password per entrare in una nuova visione della vita e, quindi, anche del lavoro.

Ecco perché il desiderio di immortalità, stimolato da una parte dalla paura della morte e dall’altra dal progresso scientifico (mi viene in mente un ottimo libro di Mark O’Connell: Essere una macchina. Un viaggio attraverso cyborg, utopisti, hacker e futurologi per risolvere il modesto problema della morte), se preso in analisi in questo momento non può non scaturire anche sorrisini isterici.


Ray Kurzweil, uno dei cervelli di Google, inghiotte 150 pillole al giorno, convinto di vivere a tempo indeterminato


Ray Kurzweil, uno dei cervelli di Google, inghiotte 150 pillole al giorno, convinto di vivere a tempo indeterminato. Elon Musk o Steve Wozniak quando dichiarano che di qui a poco la nostra mente potrà essere caricata su un computer, e da lì assumere una quantità di altre forme (non necessariamente organiche) ci credono davvero.

Magari sarà anche così, ma in fondo lo sappiamo tutti che esaudire un desiderio del genere non risolve la vita, perché non è la durata della nostra esistenza sul pianeta Terra a renderci immortali, ma semmai quello che abbiamo realizzato, i piccoli e grandi traguardi raggiunti con passione e perseveranza, i fallimenti davanti ai quali non ci siamo arresi, l’amore dato fino all’ultimo respiro.

Il viaggio di O'Connell fra i transumanisti – coloro che sostengono che, nella singolarità in cui siamo entrati, i nostri concetti di vita, di morte, di essere umano devono essere ripensati dalle fondamenta – porta a pensare che i nostri personal Jesus, le nostre vite individuali progettate sulla convinzione che qualsiasi desiderio è eticamente giusto e che niente e nessuno abbia il diritto di limitare la nostra libertà, sia un enorme fraintendimento che ha a che fare con ciò che la gran parte della popolazione mondiale comprende quando legge o ascolta la parola libertà.

Si dimentica, insomma, che la libertà è una forma di disciplina.

Partendo da questo presupposto, è più facile capire il motivo per cui è diventato necessario ripensare ai nostri stili di vita, a ciò che è davvero importante, e a una visione del lavoro che non abbia come fine il mero tornaconto.


Si dimentica, insomma, che la libertà è una forma di disciplina


Questo maledetto virus ha chiesto ad ognuno di noi uno sforzo a cui nessun personal trainer o personal coach ci aveva preparati: essere altruisti verso la comunità. Ci ha fatto capire che le competenze di ognuno di noi devono essere messe a disposizione per la collettività; qualcuno potrà scorgere un aspetto progressista in questa affermazione, ma, di fatto, non possiamo pensare di superare pandemie o altre situazioni estreme perseguendo gli interessi strettamente personali.

La condivisione è un valore a cui non abbiamo dato finora il giusto valore.


Oggi c'è una generazione trasversale che genera emozioni e informazioni, nello stesso tempo e nello stesso posto. Aggiusta, ricuce, mostra la propria visione del mondo


Come ho letto in un post di Fabrizio Venerandi:

Thread, trolling, debate: i social network inglobano al loro interno un numero di materiali sociali, intellettuali e - talvolta - anche patologici, bellissimi. La stessa fonte viene vista, presa, declinata da ogni punto di vista e questo - secondo me - aiuta a essere svegli, a farsi un proprio punto di vista, a essere intelligenti [...].

Lontanissimi dall'emancipazione dai mass-media, ne siamo ancora dipendenti e ne facciamo semmai cassa di risonanza o li utilizziamo come materiale di confutazione. Da questo punto di vista un blog, oggi, appare come uno strumento a venire più che passato.

E poi tutto ciò che non è informazione o "dato": questa comunicazione scritta, memizzata, gifanimata dove quello che trasmettiamo sono le nostre paure, la nostra ironia, il nostro semplicemente esserci, abitare questo posto in questo momento.

Trent'anni fa, levati quelli che erano già su usenet, tutti gli altri sarebbero restati con una televisione accesa in salotto a seguire qualche diretta che sfornava dati ufficiali.

Oggi c'è una generazione trasversale che genera emozioni e informazioni, nello stesso tempo e nello stesso posto. Aggiusta, ricuce, mostra la propria visione del mondo; senza rendersene conto mostra anche i propri difetti nel considerare le cose del mondo.

È una visione individualista di individui che però da soli non ce la fanno: hanno bisogno dell'individualismo di tutti gli altri per continuare a popolare spazi, dire cose, condividere stati.

Invece che assumere comportamenti sprezzanti verso quelle persone fuggite dalle zone rosse con autocertificazioni non veritiere — che hanno un solo umano minimo comun denominatore, l’angoscia —, sarebbe forse più proficuo vedere in questa contingenza l’occasione per attivare, tramite gli strumenti digitali immuni dal contagio, reti di informazione verificata e solidarietà, come tante singole persone stanno già tentando di realizzare.
Probabilmente è proprio questa solidarietà il miglior antidoto contro il rischio di una effettiva paralisi produttiva ed esistenziale.


La condivisione è un valore a cui non abbiamo dato finora il giusto valore


Se ci fa tanto incazzare la riduzione delle nostre libertà personali, allora nutriamo questa rabbia per costruire una tutela in favore del welfare, e al contempo per prendere familiarità con tutti quegli strumenti digitali che possono garantire il proseguimento delle nostre attività professionali anche in contesti come quello attuale che impediscono la presenza fisica nei luoghi di lavoro.

L’adozione da parte di tante aziende dello smart working ovviamente non deve diventare l’occasione per aumentare la precarizzazione del lavoro (come accade per migliaia di freelance e partite IVA), ma offrire un’alternativa valida per tenere in piedi numerose e preziose attività.


Nutriamo questa rabbia per prendere familiarità con tutti quegli strumenti digitali che possono garantire il proseguimento delle nostre attività professionali anche in contesti come quello attuale


Noi stessi, dipendenti di questa azienda digitale, stiamo lavorando da casa con uno spirito di squadra che nel mio passato professionale non avevo mai riscontrato. È qualcosa che va al di là del contratto che ho firmato e che so già avrà un peso importante nella mia formazione, sia come professionista che come uomo.

E credo che la ragione di questo nostro sforzo collettivo non sia legata al mero rischio di perdere lo stipendio. C’è dell’altro.
ApplaudArt è uno strumento digitale di lavoro che nasce grazie agli sviluppi di una cultura network troppo spesso bistrattata, ideato per rendere la qualità del lavoro una risorsa accessibile a tutti e, in un certo senso, per permettere una sorta di emancipazione professionale a qualsiasi lavoratore autonomo; uno strumento di lavoro che speriamo possa diventare un’ancora di salvezza anche in contesti durissimi e imprevedibili come quello attuale.


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Se è vero – come ha scritto Naomi Klein – che di fronte a emergenze del genere “niente sarà più come prima”, perché vedere l’eccezionalità del momento solo come controllo delle nostre vite e non come un’occasione di crescita e autoformazione per tutti?

Deleuze ci ha insegnato che pensare significa prestare ascolto alla vita. E che creare è avere un’idea. Tentare di realizzarla è per me - e immagino per tutti i miei colleghi - una forma di resistenza e di vita.

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Tomas Creo
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Uno come te, solo che non sei tu.

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