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artista multimediale

Andrea De Angelis: il drago non è un serpente ma un pensiero frequente

Il suo romanzo multimediale di genere fantasy Gli spiriti selvaggi. La leggenda dei cavalieri di Asha ha vinto il contest 100 Storie Creative del Lazio 2018. Lo abbiamo incontrato al FabLab viterbese per una video-intervista totale con in testa una frase di Gilles Deleuze: "Non c’è opera che non abbia la sua continuazione o il suo inizio in altre arti"

1 Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. 7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8 ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9 Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.

Intendendo la Bibbia come il proto-fantasy che ha avuto la maggiore influenza sulla nostra civiltà, questo incipit del capitolo 12 dell’Apocalisse di Giovanni mi è sempre sembrato un ottimo incipit: contiene elementi narrativi succosi per il racconto di una storia coinvolgente. (Ovviamente, il mio approccio al più importante best seller della letteratura occidentale, la Bibbia, non ha carattere teologico).

Essere un artista multimediale


Uno degli obiettivi del talentuoso Andrea De Angelis è quello di diventare un artista multimediale di rilievo. Personalmente, credo che solo liberandosi delle strutture si possa varcare la soglia dell’arte. In caso contrario, si rischia di rimanere impigliati nella ragnatela di codici e simboli che gli stessi esseri umani creano per facilitare lo svolgersi della vita quotidiana. Non esiste una ricetta valida per liberarsi delle strutture; di sicuro, bisogna immaginare; bisogna lavorare, con consapevolezza, sul proprio talento, tenendo sempre a mente una frase politicamente scorretta di Victor Hugo: “L’immaginazione è l’intelligenza con un’erezione”.

Nei libri fantasy di Andrea De Angelis (il Ciclo degli Spiriti Selvaggi), le Terre di Asha sono lande selvagge dove l’evoluzione ha preso una piega diversa da quella che conosciamo: i primi ad evolversi sono stati i rettili; hanno imparato a volare e si sono distinti in due grandi famiglie separate:

- gli Elemendraghi, animali tetrapodi, feroci e aggressivi, capaci di mutare l’aspetto della propria pelle e mimetizzarsi perfettamente nel loro ambiente nativo;

- i Sendraghi, grandi rettili esapodi, capaci invece di pensare e di parlare. Sono la razza più antica di tutte le Terre di Asha. Alcune religioni li vedono come esseri primogeniti che hanno assistito come guardiani all’evolversi di tutte le altre specie, altre ancora li celebrano come creatori stessi di tutte le creature intelligenti.

Si tratta di una separazione che conferisce un elemento di peculiarità al romanzo multimediale di De Angelis, ma soprattutto si tratta di un elemento funzionale all’obiettivo dell’autore per inquadrare il Bene e il Male nella società attuale. Il parallelismo tra il potere della magia nelle Terre di Asha e il potere della tecnologia nel pianeta Terra è un’allegoria capace di far riflettere sulle conseguenze di una gestione irresponsabile del potere della téchne (tecnica).

Il paradosso della Tecnica


La tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci forma secondo quelle regole dettate dalla burocrazia, che subordinano le esigenze dell’essere umano alle esigenze specifiche dell’apparato tecnico. Il rapporto uomo-tecnica si è capovolto ma la maggior parte delle persone non lo ha ancora compreso e assimilato, e per questo si comporta ancora come l’essere umano che agiva in vista di scopi dotati di senso. Ma la tecnica non tende ad altro scopo che non sia il proprio potenziamento; non promuove un senso: la tecnica funziona e basta, e noi non facciamo altro che addormentarci sulle comodità che ci offre. Il circolo è vizioso, e non vedendo la luce in fondo al tunnel, non rimane che arredarlo.

Oggi, l’etica tradizionale (cristiana e kantiana) che regolava il comportamento dell’uomo tra gli uomini risulta inadeguata, essendo l’uomo stesso la materia prima più importante di cui si serve la tecnica per funzionare. E anche l’etica della responsabilità formulata da Max Weber risulta inattuale, perché è proprio della scienza e della tecnica produrre effetti imprevedibili. Quello che servirebbe oggi è una etica che tenga conto anche dell’aria, dell’acqua, degli animali e di tutto ciò che è natura.


Le risorse offerte oggi da internet credo che andranno a toccare sempre più le capacità e le possibilità cognitive dell'individuo


Riprendendo le tesi di un autore che stimo come Umberto Galimberti (il riferimento è al suo libro Psiche e Techne), la scienza, da quando è al servizio della tecnica, non è più al servizio dell’uomo; piuttosto è l’uomo al servizio della tecno-scienza. Di conseguenza, alla politica non rimane altro che guardare all'economia per decidere. L'economia a sua volta guarda alle risorse tecniche per investire. Quindi la tecnica finisce per essere il luogo della decisione priva di effettivo discernimento, perché non ha in vista altri scopi che non siano il suo mero potenziamento.

Viviamo un paradosso, viviamo nel paradosso: se l’essere umano vuole salvare se stesso e il pianeta dalle conseguenze del predominio della tecnica (inquinamento, terrorismo, povertà, eccetera) lo può fare solo con l’aiuto della tecnica, tracciando e seguendo economie ecosostenibili, educando a una utilità virtuosa e non egoistica, al rispetto della natura e non al suo dominio.


Un social network che valorizzi all'ennesima potenza una specifica figura professionale sarebbe il massimo, ed è quello che manca, perché nei social attuali ci si perde nel marasma, nella confusione che li caratterizza


Noi, nel nostro piccolo, abbiamo pensato di realizzare Applaudart, un social network sì dedicato al lavoro, ma che mette al centro del lavoro la persona oltre al professionista; e che pensa all’arte non come a una via di fuga, ma come alla via da percorrere per fare di qualsiasi lavoro un’attività soddisfacente che si nutre di passione e creatività, non alienante e capace di dare un senso alla vita di ognuno di noi.

La video-intervista


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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Brand content manager: un figlio, un libro, un sogno. Ho scritto su Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Bastonate, Write and Roll.

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