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Il Cuorista

Questa è l'incredibile storia di Andrea, un commesso in cassa integrazione ed ex modello che, durante la quarantena-Coronavirus, ha trovato una nuova dimensione grazie a un sogno premonitore

«Ho provato ad esser come tu mi vuoi, tanto che sai in fondo, cambierei. Ma son fatto troppo, troppo a modo mio, prova ad esser tu quel che non sei». In questo vecchio verso di Gianluca Grignani c’è tutta la vita di Andrea, anche se lui forse non lo sa.



In piena quarantena, in piena cassa integrazione e in piena notte, Andrea ha fatto un sogno. Non ricorda tutti i dettagli ma c’era un cuore in una scatola...


Il Cuorista


Andrea è un ragazzo della mia città. Più giovane di me, con cui condivido parecchi amici. L’ho conosciuto a Pieve a Nievole (piccola cittadina in provincia di Pistoia), che è come dire Busbee, Arizona. Ovvero un minuscolo avamposto di frontiera di fronte al niente sconfinato.

A Pieve Andrea volava alto. Bello, giovane, modello, con una carriera d’attore davanti. Non lo dico tanto per dire eh, lui ha studiato recitazione, ha vissuto a Roma e Milano, ha fatto un sacco di esperienze. Ogni tanto vedevo il suo volto in qualche cartellone pubblicitario e mi ricordavo bene di lui. Ma della sua vita vera non ho mai saputo niente. Lo associavo a un volto. Stop. Su questo torniamo dopo.

Il tempo è passato e non ci siamo visti per dieci anni. Anche lui come me ha lasciato Milano. Adesso Andrea è padre di un bambino di tre anni e ha una compagna con cui ha costruito la sua famiglia. Nella vita lavora come commesso e siamo stati un po’ al telefono dopo che mi aveva fatto scoprire qualcosa che non sapevo di lui. Andrea è un artista. Un pittore per l’esattezza. O almeno, lo sta ufficialmente diventando.

In piena quarantena, in piena cassa integrazione e in piena notte, Andrea ha fatto un sogno. Non ricorda tutti i dettagli ma c’era un cuore in una scatola. Si è svegliato e ne ha parlato con la sua compagna, esprimendo l’esigenza di buttarlo su carta. Non è che dipingesse già. Disegnava sì, ma niente tele. Quelle sono appena entrate nella sua vita.


«Mi sono immaginato che la tela stessa fosse la scatola e che dentro ci potessi mettere il cuore che volevo».


«Ho sempre disegnato fin da bambino, mi veniva facile. Riuscivo a riprodurre gli oggetti, i pensieri. Prima della quarantena ho avuto chiaro che dovevo comprare una tela. Così l’ho fatto. E anche una vernice rossa. Il tizio del negozio mi ha detto che era per i metalli, che non andava bene. E io l’ho scelta lo stesso».

Così per cinquantacinque giorni Andrea dipinge cuori. «Inizialmente avevo provato a scriverne, perché ho sempre scritto, ma la cosa usciva forzata e ho abbandonato. Poi mi sono immaginato che la tela stessa fosse la scatola e che dentro ci potessi mettere il cuore che volevo».


«Qui da noi in provincia si è sparsa la voce. Sembra che quel cuore lì sia di tutti e che tutti ci vogliano costruire la propria storia. Me li commissionano ogni giorno ormai non so quasi più come fare».


Ad oggi ne ha dipinti una sessantina e li ha venduti tutti. «Qui da noi in provincia si è sparsa la voce. Sembra che quel cuore lì sia di tutti e che tutti ci vogliano costruire la propria storia. Me li commissionano ogni giorno ormai non so quasi più come fare. E la cosa mi ha salvato visto che la cassa integrazione non arriva… Mantengo prezzi accessibili, ma senza mai svalutare l’opera».

Quindi in un momento cruciale per un padre di famiglia, l’arte è diventata anche un mezzo per far cassa. Potremmo fermarci qui e già sarebbe una storia bella, ma voglio portarvi oltre.

Visualizzate Andrea. Lo dicevo all’inizio: bello. Questa è la prima parola che ti viene in mente. Per certi versi è una fortuna «ma anche un grosso limite. Sono stato abituato a essere accettato dalle persone perché ero un’immagine. Uno carino. Oggi per la prima volta mi sento accettato per qualcosa che viene da dentro di me».


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Sembra una frase da niente, ma dentro c’è un mondo.

Essere un artista è questo, cercare di alimentare la vita interiore. Dar forma a qualcosa che è informe dentro di noi e in cui gli altri si riconoscano. Andrea ha cercato tutta la vita questa formula alchemica sfruttando quelle doti che erano palesi, come la sua presenza. Eppure… «la gente è abituata a vederti in foto, nelle pubblicità, figo. Non pensa nemmeno che tu sia una persona. Che tu abbia qualcosa dentro».



«Sono stato abituato a essere accettato dalle persone perché ero un’immagine. Uno carino. Oggi per la prima volta mi sento accettato per qualcosa che viene da dentro di me».


Non è stato facile per un ragazzo di provincia allontanarsi per anni e seguire il suo sogno. Troppi sensi di colpa per la lontananza da casa, troppe spiegazioni da dare alla famiglia. La vita degli artisti è così, fino che non fanno cassa e sono sulla copertina di Vanity Fair, la gente gli chiede: ma perché diavolo lo fai?

Non sarà Vanity Fair, ma Andrea tramite il web i quadri li sta vendendo al ritmo di due al giorno e per la prima volta si sente se stesso: maturo, pronto, vivo. Si nota nella sua opera che sprizza colori. In queste decine di cuori, motori della vita, dell’inconscio, dei sentimenti, dell’immaginario. Ognuno diverso dal precedente, mai sovrapponibili. Senza menate di stile e retorica.

Scommettiamo che appena li vedrete, anche voi ne vorrete uno. E chissà che Andrea un giorno non sarà costretto a lasciare il suo lavoro per fare il cuorista a tempo pieno. A quel punto lo chiamerete artista? Oppure già lo fate?


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Ray Banhoff
Ray Banhoff
Ray Banhoff, italiano nonostante il nome. Scrivo e faccio fotografie. Co-fondatore di Write and Roll Society e collaboratore di Rolling Stone Magazine.

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