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Gabriele Micalizzi: professione fotoreporter

Gabriele Micalizzi è un fotoreporter italiano di 35 anni tra i più talentuosi della sua generazione, fondatore del collettivo Cesura, Leica Ambassador e vincitore della prima edizione del contest europeo Master of Photography

Gabriele Micalizzi - ritratto di Alessio Romenzi
Courtesy Alessio Romenzi

Non è per il suo curriculum che ho scelto di intervistare Gabriele Micalizzi. L'ho scelto per la determinazione che mette sia nel suo lavoro - nel ruolo di fotografo e art director - sia nella vita; perché essere hardcore significa anche questo.

La video intervista a Gabriele Micalizzi


La video intervista a Gabriele Micalizzi


Terminata l'intervista (la prima parte è qui), abbiamo continuato a parlare, non solo del progetto Applaudart , ma anche di giornalismo, donne in guerra, sconfitte figli e voglia di riscatto, ed è stato inevitabile citare la poetry di un nostro amico comune (ciao Moreno), per poi arrivare alla musica.

— Gabriele, tre pezzi che ti piacciono tanto?
Blackened (Metallica), I Ain't Goin' Out Like That (Cypress Hill), Bad Boys (Inner Circle).

Biopic


Dopo il diploma alla scuola d’Arte di Monza (ISA), inizia la sua carriera da fotogiornalista giovanissimo, lavorando dal 2004 al 2005 per la Newpress Agency di Milano. Nel 2006 consegue il diploma alla scuola d’Arti Applicate del Castello Sforzesco di Milano, specializzandosi come illustratore.

Dal 2008 documenta costantemente la condizione sul territorio italiano sia a livello politico che sociale, concentrandosi sulla crisi d’identità del Paese e sulla decadenza culturale da cui è afflitto.

Nel 2008 fonda insieme ad altri amici il progetto Cesura, sotto la direzione artistica del celebre fotografo Alex Majoli.

Nel 2010 vola in Thailandia, per documentare le rivolte delle cosiddette Camicie Rosse contro il governo a Bangkok.

Dal 2011 inizia la sua documentazione sul Medio Oriente e copre tutti gli avvenimenti legati alla Primavera Araba dividendosi tra Tunisia, Egitto e Libia. Porta avanti il suo lavoro sul Medio Oriente anche tra il 2012 e il 2013, concentrandosi su Gaza e Istanbul e negli stessi anni, lavora parallelamente alla crisi economica che si è abbattuta sulla Grecia.


Io adesso fotografo il disagio perché il disagio ce l'ho dentro

Gabriele Micalizzi
Courtesy Gabriele Micalizzi

Nel 2014 torna sulla striscia di Gaza, dove dà un resoconto esclusivo della battaglia del Generale Khalifa Haftar contro le milizie islamiche.

Nel novembre 2016 presenta il suo lavoro pluriennale sulla situazione libica presso la Leica Galerie di Milano con una mostra personale intitolata DOGMA.

Dal 2016 è testimonial Leica, ed è il primo vincitore del talent europeo sulla fotografia Master Of Photography.

Nel 2017 ha eseguito la nuova Campagna Fall / Winter per Yamamay, ha realizzato il reportage di Miss Italia 2017 e il calendario uscito nel 2018, continuando il suo progetto personale Italians: the myth.

Nel 2018 viene chiamato da Nike per il lancio della riedizione delle Air Max Plus, meglio conosciute come le Squalo, con testimonial il rapper Tedua.

Collabora con svariate testate nazionali e internazionali, tra cui New York Times, Herald Tribune, New Yorker, Newsweek, Corriere Della Sera, Espresso, Repubblica, Internazionale, Panorama, Sportweek, Wall Street Journal.


La fotografia rispecchiava di più quello che sono

Gabriele Micalizzi 2
Courtesy Gabriele Micalizzi

The sky's crimson tears


Cammino. Sono passi rapidi. La distorsione degli Slayer asciuga il sudore. Mi riconosco nell'attitudine di quel suono, è pulsione. Allontana la routine che ci ha allontanato dai doveri. Copre l’alienazione da stanza d’albergo, dove Youtube ti chiede se stai ancora guardando, se sei ancora vivo.

Non mi tatuerei mai qualcosa che non mi appartiene, né seguirei mai il consiglio di chi non è stato in mezzo alla polvere. Me ne sbatto - Jeff Hanneman anche, se fosse al mio posto. Tutto molto semplice. Riconoscersi nell'attitudine di un suono. Potrei invecchiarci insieme, ascoltarlo quando inizieranno le ultime rivolte.

Urlavo “Fall into me, the sky's crimson tears” mentre pisciavo su quella scritta che dava del fascista a Thaksin Shinawatra. Ti guardo negli occhi quando racconto questa scena, quello che avviene dopo, e dopo ancora. Aprile 2010, Bangkok: una granata, un uomo ferito, io che lo stendo a terra, scatto e riscatto, la macchinetta impugnata a due mani.

“Raining blood / From a lacerated sky / Bleeding its horror / Creating my structure / Now I shall reign in blood”

Un attimo dopo, la rivolta è di schiena al pubblico, gonfia il gran dorsale, poi si volta nuovamente, il sole ha la faccia cattiva e una scritta per me: “La fotografia è vita, e la vita è una camera oscura”.

Molti giornalisti miei coetanei non riescono a definire la sensibilità di chi combatte e ferisce il potere. Al confine tra incoscienza e paura. Quella paura che apre la crepa: da una parte c’è il carnefice, dall'altra c’è la vittima; io sono nel mezzo, ma ho scelto di essere un punto e non una virgola.

Ogni volta che rientro in albergo mi guardo allo specchio. Mi guardo e non rido, non piango, niente di niente. Perché il mondo gira così zio, gira con una lucidità disarmante, mentre le guerre gli pompano il sangue. Questo è quanto. Nessuno può capire fino in fondo perché viviamo in un modo o in un altro. Percepiamo. Siamo vicini alla libertà quando non riescono a inquadrare la nostra vita.

Penso spesso alla mia famiglia. Le mie figlie sono dentro a ogni pensiero, ché l’amore è ovunque: in mezzo a un ricordo del liceo, in una ferita, in un giacchetto di pelle che non metto più. “Il tempo e i ricordi si perdono una volta sola”.

Bevo il rumore della guerra che si scalda intorno a un whisky, mentre rileggo la citazione di un vecchio pezzo: “È come sale puro messo nel profondo, una ferita infetta. È il tipo di paura che realmente ascolti e a lungo”.

Sono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Andy. Ho da poco rimesso a posto un suo sorriso preso durante un reportage. Noi i defunti li teniamo lontano, in certi paesi in guerra, invece, appendono in casa le foto dei bambini scomparsi; mentre i buddisti pensano alla reincarnazione per (non) affrontare il dolore. È lì che passa la storia.

Questo che vedete ora sono io che mi alzo di scatto dal dolore, elastico, e guardo il cielo rosso davanti a me; io che sto per darmi una manata in faccia; io che mi sento chiamare, un’ombra che dice: “la messa è finita, andate in pace”. Io che apro una porta, io che guardo fuori, io che mi volto ancora verso il passato: Andrea non c’è più, ma “do your duty, face your fears and your mortality. Today and always”.

Gabriele Micalizzi 3
Courtesy Gabriele Micalizzi
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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Brand content manager: un figlio, un libro, un sogno. Ho scritto su Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Bastonate, Write and Roll.

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