Federico Badia: scarpe diem
17/05/2019
Mad Cat: la gatta eccentrica del burlesque
24/05/2019

Fabrizio Trequattrini: il metodo artigiano come modello

Mentre maneggia la sua ultima creazione, un drago in bronzo ispirato al Trono di Spade che presto attraverserà in volo l’oceano per raggiungere il suo nuovo proprietario, Fabrizio Trequattrini ci parla del mestiere di orafo, uno dei più antichi e affascinanti che l’uomo conosca, e della battaglia che continua a combattere contro la produzione in serie.

Storia di un artigiano

Nella storia professionale di Fabrizio Trequattrini c’è un taglio netto, un prima e un dopo che si ritrova più o meno uguale nei racconti di tanti artigiani italiani.

Da una parte la formazione, gli anni negli istituti professionali, l’apertura di una bottega a 23 anni, il periodo d’oro delle esposizioni in Italia e all’estero culminato, nel 1992, con la selezione tra le giovani eccellenze chiamate a rappresentare l’artigianato italiano a Park Avenue (NY), 500 anni dopo l’arrivo di Colombo in America.

Dall’altra la crisi, vissuta come involuzione: come se da un momento all'altro il mondo avesse deciso che il valore di un prodotto non fosse più un elemento da tenere troppo in considerazione.

Eppure, l’aria che si respira nel laboratorio di Fabrizio, “incastonato” in via della Misericordia proprio come le pietre che vengono lavorate al suo interno, non è quella della disfatta. Piuttosto, testimonia il sentimento di una classe di artigiani sopravvissuti alla crisi economica, un gruppo che stringe i denti e resiste all’avvento del futuro, non per paura della contemporaneità, ma perché del futuro vuole e deve fare parte.

[...]“Progetti per il futuro? Ce ne andiamo, oltreoceano, ad insegnare il mestiere. All’estero c’è un rinnovato interesse per la didattica.”

Come l’Arca di Noè, Fabrizio porta in salvo dal diluvio un bagaglio di tecniche e conoscenze antiche, necessarie e sempre meno praticate, impegnandosi in una battaglia su più fronti: da una parte nella missione di garantire la prosecuzione di competenze che rischiano di cadere nell'oblio, quelle che forse bisognerebbe chiamare skills, per sembrare più attuali. Dall'altra, la necessità di fare i conti con il mercato e le sue nuove abitudini:

“Oggi, a differenza di quando ho iniziato 35 anni fa, non puoi basare le tue motivazioni sul guadagno o sulla sicurezza: plasmare i metalli è una passione prima che un lavoro, una passione che ogni giorno ti permette di sederti al banco e realizzare una cosa diversa. Per questo devi continuare a fare quello che ti dice la testa, la cultura, l’esperienza: magari con questo mestiere ricco non ci diventi, ma puoi vivere con il massimo delle soddisfazioni creative.”

Il metodo artigiano come modello

Dopo gli anni più duri della recessione economica, si può dire che l’artigianato italiano di qualità abbia superato, non senza lividi e cicatrici, la ghigliottina della crisi. Ma appena rialzata la testa, si ritrova a fare i conti con uno scenario completamente rinnovato.

È ancora possibile essere competitivi in un settore che contrappone alla potenza duplicativa del fatto in serie, la profondità, il valore, la pazienza del fatto a mano?

[...]Io ho sempre e solo fatto pezzi unici: quando realizzo un gioiello per un mio committente lo realizzo “unicamente” per lui e, in qualche modo, creo qualcosa che lo rappresenti sia nelle aspettative che nella personalità

Secondo Fabrizio, unicità e originalità sono armi potenti, che devono essere spese sapientemente contro il modello industriale. Niente scorciatoie, quindi, ma soltanto una nuova attenzione a ciò che fa dell’artigiano un artista: lo spirito, la cultura e la capacità di infondere personalità in un prodotto, di trasformare una “vendita” in un’esperienza condivisa tra chi realizza e chi compra.

L'anima in vetrina

Mentre indica la sua unica vetrina fisica, Fabrizio confessa di essere tornato a lavorare più su ordinazione che su esposizione, aprendo così uno spiraglio su quelle che sono le opportunità e i punti critici dell’artigianato e della sua promozione.

La lotta per la visibilità, che fuori si combatte a suon di follower, è cosa ben nota per chi, come Fabrizio, ha sempre vissuto in bilico tra il fare e l’esporre, tra il creare manufatti e il creare relazioni.

[...]“ho sempre pensato che la politica, e soprattutto le amministrazioni locali che possono vantare tra i propri cittadini dei profili artigianali di valore, dovrebbero essere in prima linea per la loro promozione, dentro e fuori i confini cittadini e nazionali”

Quando questo non accade, l’unica strada dei makers rimane - ancora una volta - il fai-da-te, che oggi prende le forme della comunicazione digitale.

La rete ha infatti cancellato molti confini: quelli dei negozi, diventati virtuali, e quelli delle botteghe, che finalmente possono aprire le porte al mondo intero, con lo scopo di superare la cerchia strettamente cittadina, che per Fabrizio permette certe soddisfazioni ma garantisce solo la sopravvivenza, un circuito al quale molti artigiani si sono dovuti aggrappare per poter andare avanti negli ultimi anni.

Tuttavia anche la favola del digitale, almeno al capitolo attuale, ha dei limiti ben visibili quando si tratta di diffondere e commercializzare prodotti realizzati ad arte. Dei limiti che in un certo modo frenano la transizione naturale digitale dell'artigianato

“credo che la comunicazione online sia l’occasione ideale per i nuovi artigiani, quella che è mancata alla nostra generazione, ma è necessario che ad essa si imponga un filtro qualitativo: purtroppo sul web e sui social si trova di tutto, molto spesso quello che vedi è bello ed edulcorato, ma non intriso di qualità.”

Uscendo dalla bottega Oroinoro, con la sfida lanciata da Fabrizio nelle orecchie, sembra quasi di compiere un passaggio tra due universi paralleli, quello della qualità artigianale e quello della velocità digitale, che hanno un estremo e disperato bisogno di incontrarsi.

Condividilo con i tuoi amici!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *