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In guerra. Vita e battaglie del fotoreporter sopravvissuto a un razzo dell’Isis

In guerra è un libro scritto da Gabriele Micalizzi e Moreno Pisto ed è un libro che dovete leggere. Parla di quanto bisogna crederci per farcela, parla di attesa e rinascita; anzi, parla soprattutto di vita, morte e altre sciocchezze

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Courtesy Gabriele Micalizzi
«Noi siamo reporter di guerra.
Reporter. Di. Guerra.
E sappiamo che morire
è una eventualità
pari a quella di fare
una buona foto.
Può non succedere,
ma può anche succedere.
Siamo samurai che
accettano la pioggia»

Gabriele Micalizzi



Più vero, più forte, più testardo


11 febbraio 2019. Il fotoreporter Gabriele Micalizzi è sul tetto di una palazzina a Baghuz, nel Kurdistan. Sta seguendo l’avanzata delle trup­pe curde contro l’Isis quando viene colpito da un razzo RPG. Si ritrova a terra pieno di polvere e sangue: ha il braccio sinistro maciullato, le dita mozzate, non vede e non sente più niente, non ri­esce a muoversi.

E mentre aspetta soltanto di mo­rire dissanguato ripercorre le sue guerre, quelle intime e personali e quelle vere, vissute in prima linea: dall’Afghanistan alla rivoluzione delle ca­micie rosse in Thailandia, dalla primavera araba alla Grecia, dalla Libia all’Iraq, dalla Palestina alla Siria. Per testimoniare quello che succede, per raccontare gli orrori della Storia, «che non si scrive con la penna ma con il sangue», per lasciare un segno.

Sfida la sorte, Gabriele, rischia di mo­rire ogni giorno, documenta la crescita e l’incubo dell’Isis, vede morire vecchi, madri e bambini, piange il suo amico fraterno, caduto sul campo, ma non si rassegna, non si ritira. Fino al giorno in cui tutto potrebbe fermarsi sotto le schegge di quel razzo. E in cui tutto, invece, ricomincia, an­cora più vero, più forte, più testardo.

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Courtesy Gabriele Micalizzi

Com'è nato il libro?


Come è nato il libro è una curiosità che ho chiesto a Moreno, e la sintesi della risposta che mi ha inviato tramite messaggio vocale è questa:

"È nato da 25 ore di interviste sbobinate e messe a posto tutte direttamente sul mio cellulare. Quindi probabilmente è il primo libro nato da una bozza scritta sul cellulare. Questa è una cosa importante secondo me, che tra l'altro non ho mai raccontato...

Come puoi immaginare, era una bozza piena di refusi, che è stata successivamente ripulita da me e dall'editor Alessandra Mascaretti. Naturalmente, c'è stato un forte imprinting di Gabriele, che ha modificato diversi passaggi, precisando nomi e inserendo dettagli, in modo da chiarire tante sfumature significative per il risultato finale.

Alla fine è stata veramente una scrittura a quattro mani, anzi a sei mani, perché come dicevo, anche il lavoro dell'editor è stato molto importante".

In guerra Gabriele Micalizzi 2
Courtesy Gabriele Micalizzi

Il samurai sono io

(Estratto dal libro)


"Il rumore è un po’ come quello che si sente nei padiglioni o nelle palestre, quando tiri forte e la pallonata colpisce il telone di plastica. Prima fa spench e poi èèèèèèèèèèè. Sento il rumore, vedo un flash, cadendo intravedo il capitano e un altro ragazzo sdraiati dietro di me. Mi devono essere saltati i timpani perché sono ovattato. Avverto mugolii di dolore che sembrano lontanissimi.

Primo pensiero: porco il demonio, è esploso un RPG.

Secondo: lo sapevo, dovevo stare contro il muretto, lo sapevo. Perché io il muretto lo avevo visto. Mi dovevo spostare. Volevo farlo. Perché non l’ho fatto.

Terzo: ora torno indietro come succede nei videogame e riparto dal momento prima che mi colpissero, solo che mi sposto, mi metto da un’altra parte, scendo giù da questa palazzina maledetta e il razzo se ne va affanculo.

Quarto: e invece no, non è un videogame. Non è possibile un’altra vita. Non si torna indietro, questa è la vita.

Quinto: va be’, è il mio momento, muoio così, alla fine dài non ho avuto una brutta vita, sono morto facendo quello che amo e basta. Mi dispiace per Ester e per le mie bimbe ma alla fine la mia vita l’ho fatta, è andata. Ester, Tecla e Guenda le avevo preparate al fatto che potesse succedere. Io stesso mi ero preparato a questo. Ho letto il Bushido, l’Hagakure, libri che ti insegnano l’autodisciplina della retta via, dove capisci che il samurai quando piove non cerca riparo perché sa che le gocce lo raggiungeranno e l’unica cosa che può fare è accettare che si bagnerà. In questo momento, il samurai sono io".



La decisione me l’ha ispirata una tatuatrice di Monza, alla quale mi sono proposto come garzone. Lei mi ha detto: «Fai le foto, perché fare il tatuatore è una rottura, stai sempre chiuso qua dentro, non vedi niente del mondo


La decisione me l’ha ispirata una tatuatrice di Monza, alla quale mi sono proposto come garzone. Lei mi ha detto: «Fai le foto, perché fare il tatuatore è una rottura, stai sempre chiuso qua dentro, non vedi niente del mondo

In guerra Gabriele Micalizzi 10
Courtesy Gabriele Micalizzi

Fotografare

(Estratto dal libro)


"La decisione me l’ha ispirata una tatuatrice di Monza, alla quale mi sono proposto come garzone. Lei mi ha detto: «Fai le foto, perché fare il tatuatore è una rottura, stai sempre chiuso qua dentro, non vedi niente del mondo, e poi fare ’sto lavoro è una cosa a metà tra lo psicologo e la parrucchiera».

Io non so perché ma le ho creduto, ho mollato il tattoo. La scuola di fotografia Kaverdash, però, costava un sacco di soldi, io mi potevo permettere solo tre corsi per un totale di 2500 euro, allora sono andato a fare il barista e ho ricominciato a seguire la cronaca per un’agenzia. Avevo un professore molto bravo, Sandro Iovine, che dirigeva la rivista «Il Fotografo», dove ho pubblicato il mio primo reportage, sui metrosexual.

Iovine si era accorto che ero bravo. Quelli scarsi li trattava tutti male per cercare di mandare via più gente possibile. Era proprio cattivissimo e cinico, ma mi ha insegnato le basi del reportage autoriale, mi ha spiegato che l’immagine è un linguaggio e mi ha fatto conoscere i primi grandi autori, da Robert Capa a tutti gli altri fotografi della Magnum, la migliore delle agenzie.

È stato sempre lui a parlarmi di un fotografo italiano che faceva parte di questa agenzia internazionale ma aveva uno studio a Pianello, in Val Tidone, vicino a Piacenza, e cercava assistenti. Io non sapevo neanche dove fosse. Pare che Hemingway la ritenesse la valle più bella del mondo, ma lo diceva a ventidue anni, quindi non aveva ancora visto niente.

Il nome del fotografo invece era Alex Majoli. In quello studio c’erano due ragazzi che conoscevo, Luca Santese e Baioni, detto Il Baffo. Ma ogni volta che li contattavo per entrare nel loro giro mi rispondevano: «Ora siamo in tanti, però magari si libera un posto». Me l’hanno tirata lunghissima, per più di sei mesi, e intanto non succedeva mai niente...

Fino a quando non sono venuto a sapere che c’era una ragazza, Arianna Arcara, che lavorava lì. Una sera, per caso, la becco ai Fuochi, l’evento dell’anno a Monza. Finiti i Fuochi andiamo al Libra, l’unico bar da cui non ci avevano ancora cacciato.

Arianna, davanti a una birra, mi ha detto: «Ma che problema c’è? Cerchiamo ragazzi giovani... Ti presento Ale». Ovvero Alessandro Sala, uno dei fondatori. Ale Sala aveva lo stesso atteggiamento disponibile: «Guarda noi domani siamo a Pianello, se vuoi venire potremmo andarci insieme». Così, facile, dopo mesi che quegli altri due mi rimbalzavano. La mia vita stava per cambiare definitivamente e non lo sapevo".

Gli ho dovuto rubare tutto. Perché Majoli non era quel tipo di maestro che ti prendeva e ti diceva: devi fare così. Lui ti diceva: «Allora io ti do gli elementi e tu devi sopravvivere nella giungla»

In guerra Gabriele Micalizzi 6
Courtesy Gabriele Micalizzi

(Estratto dal libro)


"Sono arrivato a Pianello un martedì mattina, lo studio era in un capannone scarno, dove non c’era niente tranne il soppalco, un cucinotto e due vecchissimi Mac. Da lì non sono più andato via. Era fighissimo. Nessuno sistemava, nessuno cucinava, io alla fine ero fresco di vita in giro quindi mi organizzavo con poco.

Il primo giorno faccio una pasta al sugo che ancora se la ricordano. E subito vengo a sapere che quei due non mi volevano perché avevo la fama di uno che rubava, di un intrallazzone, di un balordo... Per fortuna che i due bravi ragazzi si dovevano laureare all’Accademia di Brera e non venivano più di tanto. Eravamo io, Ale, Arianna e Andy. Anche Andy era appena arrivato, da una settimana.

La prima cosa che abbiamo fatto è stata imbiancare un muro, e poi abbiamo sistemato il resto. Sempre io, Andy e Ale. Prima quel capannone era stato l’officina di un fabbro, era tutto schifoso, oleoso. Abbiamo rifatto le pareti e l’impianto elettrico provvisorio. Con Andy siamo diventati amici stretti, anche se avevamo caratteri e modi di pensare diversi.

Anche lui era molto manuale, era un ex boy-scout. Majoli l’ho conosciuto solo mesi dopo, quando con Andy abbiamo accompagnato la sua donna al festival di fotografia di Arles. Un tipo duro, durissimo, altissimo, che parlava italiano ma con un accento straniero, perché faceva figo, aveva una casa a New York e si sentiva un cittadino del mondo, anche se è di Ravenna. Conosce sei lingue ma le parla tutte male.

Majoli era tremendo. Noi d’inverno a dipingere il cancello di bianco, lui che entrava e urlava: «Mi state facendo perdere tempo». Noi gli rispondevamo che lavoravamo gratis e lui: «Sì, ma doveva essere già finito, dovete fare altro, non queste cazzate».

Però un maestro, mi ha insegnato un sacco di roba senza avermi mai spiegato niente. Niente. Niente. Gli ho dovuto rubare tutto. Perché Majoli non era quel tipo di maestro che ti prendeva e ti diceva: devi fare così. Lui ti diceva: «Allora io ti do gli elementi e tu devi sopravvivere nella giungla, non è che ti spiego come accendere il fuoco».

Questa è la sua mentalità, però io l’avevo capito subito, quindi non mi pesava. Gli altri la soffrivano un po’ di più, questa cosa. Vivevamo e dormivamo lì, tanto io un altro posto dove stare non ce l’avevo, c’era la casa dei miei certo, ma era a Monza, e poi non ci stavo già da un po’.

All’inizio dormivo su una cassa, perché c’erano solo due letti, poi per fortuna sono aumentati. Faceva un freddo cane, era tipo la tana delle tigri della fotografia". [...]

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Courtesy Gabriele Micalizzi

E poi appena riuscivo volavo in Inghilterra per continuare un progetto sugli ubriachi che avevo cominciato qualche tempo prima. Con quello ho vinto anche un premio, il Wine Photos: 2500 euro più un botto di vino



(Estratto dal libro)


"Il sabato e la domenica lavoravo in un night di via Larga, a Milano, 150 euro a sera, fotografavo le ballerine e i dj. E poi passavo al Florida di Ghedi con altra gente a filmare eventi hardcore per 600 euro. Intanto, però, il 30 maggio 2008 avevamo finalmente dato un’identità al nostro gruppo: era nata Cesura, dal nome della collina sopra Pianello dove abitava Majoli.

E poi appena riuscivo volavo in Inghilterra per continuare un progetto sugli ubriachi che avevo cominciato qualche tempo prima. Con quello ho vinto anche un premio, il Wine Photos: 2500 euro più un botto di vino. Ho lasciato il vino a mia madre e con questi soldi sono partito. Solo che nel frattempo avevo conosciuto Ester". [...]

Quando ci credi, non ti ferma niente. Quando ci credi, non ti ferma nessuno

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Courtesy Gabriele Micalizzi

(Estratto dal libro)


"Vista la reputazione, a Ester avevano sconsigliato di frequentarmi. Lei gestiva l’impianto sportivo davanti al nostro capannone. Ogni tanto faceva anche la bagnina o teneva i corsi di nuoto. Io dalla strada la vedevo, sapevo che era la sorella di Manuel ma non ci pensavo.

Lei faceva parte del gruppo dei ragazzi del paese. Ma poi siamo diventati amici, e una volta è finita che sono andato per cercare di convincerla a uscire con un mio amico e sono tornato che a baciarla ero stato io.

Abbiamo passato una bellissima serata a scherzare, ridere e parlare tantissimo. Ci siamo trovati su una collina e ci siamo sdraiati su una coperta a guardare le stelle, erano enormi e scintillanti.

A un tratto l’ho baciata e lei era sorpresa e incredula. Mai avrei pensato di fare una roba del genere. Ero dispiaciuto anche per il mio amico, ma lui per fortuna l’ha presa bene. Io intanto stavo per partire. Per l’Afghanistan. La mia prima guerra".

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Courtesy Gabriele Micalizzi

Prima di iniziare a leggere un libro do sempre un'occhiata alla dedica: penso sia un indizio più o meno valido per capire meglio la persona che lo ha scritto.
Quella di In guerra non è una vera e propria dedica, ma è perfetta per capire sia Gabriele che Moreno:
Quando ci credi, non ti ferma niente.
Quando ci credi, non ti ferma nessuno.

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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Web content editor, skater, guitar player. Ho scritto su Rolling Stone, Write and Roll Society, HTML.it, Bastonate.

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