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Davide Dormino: l'arte di essere se stessi

Scultore e docente alla Rome University of Fine Arts, lo abbiamo incontrato per capire la forza delle sue opere, quel coraggio di essere se stessi sull'orlo del precipizio, lì dove la libertà è una forma di disciplina

L’appuntamento con Davide è alle 13:00 nel suo studio. Paolo ed io arriviamo a Roma con un po’ di anticipo e decidiamo di sfruttare il tempo a disposizione per procacciare del cibo. Il primo locale che adocchiamo sembra fare al caso nostro, si chiama Dar Ciriola - solo robba bona.
Appena entrati, una giovane commessa ci offre il suo sorriso come aperitivo e ci allunga un paio di menù. Chiediamo cos’è la ciriola e lei ci risponde con fare gioviale: “er pane der popolo romano”.

Le prime ciriole del menù non lasciano scampo ad eventuali diete ipocaloriche:
ciriola Er Dopato (porchetta, cacio prenestino e du’ gocce de limone);
ciriola Er Branda (spianata, crema di cicoria, caciotta dolce, ajo ojio e peperoncino).

— Le ciriole più leggere che avete?

— Quelle con le polpette in bianco.

— Ok, due ciriole con le polpette in bianco.

Mentre mangiamo, ripeto a Paolo alcune indicazioni sul materiale fotografico di cui abbiamo bisogno. Lui annuisce per addomesticare l’ansia pre-partita e facilitare la digestione delle ciriole. Dopo l’ultima polpetta ci alziamo, paghiamo il conto e ci incamminiamo verso lo studio di Davide.

Durante il breve tragitto ripenso all’ultima volta che sono stato a Roma. Ero a Campo de' Fiori, seduto al tavolo di un piccolo ristorante. Davanti a me la statua di Giordano Bruno, lì nel punto dove nel 1600 fu arso vivo. Il suo capo rivolto verso il basso, come ad osservare il suo corpo bruciare. Il cappuccio dell’abito domenicano mi impediva di osservare il suo viso ma lo immaginavo guardarsi e compiacersi. Era consapevole di essere stato molto cazzuto: tra mentire e le fiamme scelse le fiamme. Quanto coraggio e amore per la verità servono per affrontare una sofferenza del genere?

Di sicuro, Giordano non era quello che si definisce un tipo tranquillo: mai che si piegasse a un compromesso, e questo aspetto del suo carattere gli creò un monte di problemi. Il suo nemico numero uno fu il cardinale Bellarmino, che lo accusò di eresia e gli chiese anche di confessare di aver mangiato carne di venerdì e di aver fatto sesso con diverse donne. Giordano ammise tutto, ma quando il cardinale gli chiese di cambiare le sue idee astronomiche (era convinto che la Terra fosse uno dei tanti pianeti sparsi nell’universo), si rifiutò persino di rispondere. Nel momento in cui gli lessero la condanna, pare che abbia detto, con tono deciso: “Tremate più voi nel pronunciar la sentenza che io nel riceverla”.

Quando arriviamo, Davide ci viene incontro e ci accoglie nel suo studio. Si tratta di un open space dove ogni angolo racconta una parte di lui. Mentre Paolo posiziona le luci, chiedo a Davide che peso abbia il coraggio nella sua vita; mi accenna un sorriso amichevole e guascone, e con un cigarillo spento tra le dita mi indica due sue opere: la prima si chiama Editto, ed è una ghigliottina in ferro con incisa una frase in latino, che tradotta significa: “per essere felici bisogna essere coraggiosi”.

La seconda opera si chiama Anything to say? A monument to courage; si tratta di un gruppo scultoreo in bronzo che ha girato mezza Europa e che ritrae, eretti su tre sedie, Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning, tre figure che, come si sa, hanno scelto di sfidare il potere in nome della libertà d’informazione. Accanto a queste tre sedie, Davide ha realizzato una quarta sedia vuota sulla quale chiunque può salire per sostenere la battaglia intrapresa dai tre: “Questa scultura esprime un concetto che volevo arrivasse a tutti: il coraggio di dire come stanno veramente le cose, e il coraggio di voler sapere. È un monumento che è stato ospitato nelle piazze delle più importanti città europee: Berlino, Strasburgo, Ginevra, Parigi e Roma sono le prime che mi vengono in mente... non è un’opera di un solo Paese perché appartiene a tutti, non ha padroni politici o religiosi... il coraggio di Snowden, Assange e Manning è per tutti”.

Poi la conversazione si sposta su argomenti diversi: i nostri rispettivi figli, l'origine dei nostri cognomi, il rapporto con la musica e i rumori, l’inutilità dei biglietti da visita.
Finite le chiacchiere a bordo campo, Paolo accende le luci, Davide accende il cigarillo, e io inizio con la prima domanda.


Perché fai arte?

Per un intimo bisogno. Dico sempre che se ascoltassimo il nostro corpo sapremmo esattamente cosa fare nella vita.


Che cos’è l’arte per te?

Come definizione di base direi che è la massima espressione del genere umano. Per me è una forma di resistenza, un modo per correggere la realtà, e per trasferire la propria visione agli altri mostrando loro un'altra possibilità. Non a caso la mia ricerca ha sempre avuto un focus su questa idea di creare delle strutture di sostegno alla resistenza.


Si può fare di un mestiere un’arte?

Sì, decisamente sì.


L’arte per essere tale ha bisogno di esprimere un concetto o può essere puramente estetica?

Per me l’arte è sempre forma e contenuto, cuore e cervello. Se è solo forma diventa una cosa che dopo un po’ potrebbe stancare; se è solo contenuto rischia di essere incomprensibile. Io non posso prescindere dalla forma, perché in fin dei conti quello che fa l'artista è formalizzare una visione e renderla visibile.

C’è stato un momento in cui hai deciso di fare arte?

Non ricordo un momento esatto. Immagino che come tutti i bambini disegnassi anche io molto. Poi è come se si fosse accesa una piccola fiammella dentro di me... Dopo le medie mi iscrissi al liceo artistico Tuscia, e lì ebbi una bella sensazione: era come stare dentro a una specie di zoo, era pieno di ragazzi creativi che avevano qualcosa di diverso.


Mi racconti la zona dove sei cresciuto?

Sono cresciuto a Viterbo. Per quanto riguarda l’arte, a parte alcune opere antiche del Medioevo, non c'era granché.



[...] Per me l'arte è una forma di resistenza, un modo per correggere la realtà



Per chi ha un animo artistico, crescere in provincia è un bene o un male?

Vivere in provincia è come vivere in un mondo protetto ma anche molto chiuso, però se riesci a sentire quello che vuoi veramente, la provincia ti dà la possibilità di aprirti e capire quello che quantomeno non vorresti accadesse a te. Personalmente, rivendico fortemente le mie radici viterbesi, perché mi hanno dato una spinta in più, alimentando quel desiderio di creare qualcosa di diverso. Ha a che fare con la correzione della realtà che ti dicevo poco fa. E sotto questo aspetto essere una persona di provincia mi ha aiutato molto.


Quando dici correggere la realtà cosa intendi?

Intendo dire che non dobbiamo per forza accettare la realtà che, per una serie di circostanze, ci ritroviamo a vivere. La vita è fatta di scelte, se c'è qualcosa che non mi piace posso decidere di cambiarla, se c’è qualcosa che non esiste posso decidere di inventarla. L’artista fa questo in fin dei conti: crea nuove traiettorie, nuove possibilità, partendo dalle proprie esigenze. L’arte serve alla persone, perché lavora sui bisogni dell'uomo, e in questo senso può aiutare tutti a guardarsi dentro, e a cambiare punto di vista.


Perché hai scelto la scultura? Oppure è stata la scultura a scegliere te?

Ho scelto la scultura in modo assolutamente naturale: è la mia cifra. Ho sempre avuto il desiderio e l’urgenza di creare con le mani. È l’arte più aspra, soprattutto se pensiamo al marmo, al ferro e al bronzo, che sono i materiali che uso io; aspra perché hai bisogno di spazio, perché c’è una lavorazione che richiede anche uno sforzo fisico oltre che mentale; a volte si ha a che fare con dei pesi e dei costi che sono sicuramente diversi da quelli che può avere magari un altro artista che lavora in un altro ambito. Poi c’è anche un altro aspetto, quello di andare all'essenza. Forse la scultura, insieme alla poesia, è l'unica arte che va avanti per sottrazione, asciugando; tutte le altre procedono per stratificazioni.

Fai arte e insegni Scultura e Disegno alla R.U.F.A. (Rome University of Fine Arts). Come vivi questo doppio ruolo di artista e docente?

Faccio una piccola premessa: per molti, essere un artista vuol dire non essere un lavoratore. Nella lingua inglese, ad esempio, c'è una differenza tra work e job: work è qualcosa che parte da un sentire interiore, job è qualcosa che un impiegato fa perché è pagato per farla. Partendo da questa differenza, io ho costruito la mia vita di artista, che è anche un lavoro perché mi fa guadagnare dei soldi, però è un lavoro straordinario, in quanto sono libero di decidere cosa fare e cosa non fare. Per quanto riguarda il mio ruolo di docente, inizialmente, quando ero molto giovane, l’ho inquadrato come un'opportunità di lavoro, ma negli anni mi sono reso conto che anche insegnare è un lavoro molto particolare… è quasi una vocazione. Lo faccio con grande impegno perché è una grande responsabilità. Nel mio caso, c’è una domanda fondamentale a cui ho cercato di rispondere: si può insegnare ad essere un artista? Forse si può insegnare un metodo, si può insegnare una disciplina, si può insegnare un atteggiamento, si può trasferire un atteggiamento... Però, secondo me, uno studente che entra all'Accademia di Belle Arti dovrebbe entrarci che è già un artista; una volta dentro l’accademia, può apprendere degli aspetti che magari gli mancano, ma per il resto sarà il suo sentire che determinerà il suo agire.



[...] L’arte serve alla persone, perché lavora sui bisogni dell'uomo, e in questo senso può aiutare tutti a guardarsi dentro, e a cambiare punto di vista



Cosa pensi della decisione politica di eliminare l'insegnamento di Storia dell'Arte dai licei?

Beh mi pare una grande cazzata, perché oltre a negare la storia dell’uomo raccontata dagli artisti, in Italia vuol dire rinnegare ciò che siamo stati e che abbiamo insegnato al mondo intero. È come perdere una lingua, un diritto... perdere la libertà di informazione e la possibilità di sviluppare un senso critico. Chi pensa che non sia “utile” è un terrorista.


Credi che la comunicazione digitale abbia cambiato il modo di promuovere il tuo lavoro?

Beh, è tutto più accessibile, ed è un fatto che ha i suoi pro e i suoi contro. Personalmente, in riferimento all'utilizzo dei social network, io sono molto felice da quando sono presenti nella nostra quotidianità, perché mi danno la possibilità di divulgare dei messaggi che avevo dentro di me, che volevo condividere con altre persone. Li uso anche per informarmi. In generale, ben venga la comunicazione digitale che diffonde arte e cultura


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Pif ha raccontato in una puntata del suo programma che ti sei sposato in un modo veramente originale. Prima dell’intervista abbiamo parlato dei nostri rispettivi figli… Come vivi il tuo ruolo di marito e padre con il tuo essere un artista?

Sì, sono sposato con una donna bellissima che è anche la mia musa, e ho un figlio che è un bambino sano e molto simpatico. Devo dire che da quando ci sono Silvana e Orlando nella mia vita, perdo meno tempo, riesco ad andare subito al punto. Mia moglie è una figura fondamentale con cui mi confronto e insieme abbiamo creato diversi progetti. Mio figlio richiede una grande quantità di energia ma è un’energia che mi viene restituita… potrei dire pulita: diciamo che è una specie di lavatrice!


Secondo te c’è un legame tra sesso, amore e arte?

La scultura la vivo sempre come un atto sessuale più o meno impetuoso, a volte anche dolce. Mi ha colpito l'altro giorno la frase di un mio collaboratore con cui sto lavorando su una scultura in marmo, mi ha detto: “Te la mangi ogni volta”. Ed è vero, perché ho bisogno proprio di quella fisicità nel mio lavoro, per dominare e piegare la materia. Forse è un atteggiamento molto maschile, ma non c’è altra soluzione per quanto mi riguarda. Però è chiaro che tutto parte da quello che si sente, quindi l’amore è il primo input.


Sei ansioso?

Sono incredibilmente ansioso, considero l’ansia una grande virtù, se ovviamente hai qualcosa da dire e riesci a dirla, perché se rimane dentro di te può diventare deleteria. La mia è un’ansia legata al voler fare. Per me l’ansia è una droga.

Ricordi l’ultima volta che hai pianto?

Sì, non ricordo il giorno esatto, ma sì, ricordo la situazione in cui mi trovavo. Non era molto tempo fa.


Per motivi di gioia o di dolore?

Coincidono sempre, perché il fatto di provare dolore ti fa sentire vivo, o in qualche modo ti fa spostare dal tuo baricentro... nella sofferenza c’è sempre qualcosa legata alla conoscenza di sé, quindi una crisi emotiva che sfocia nella commozione può diventare anche gioia.


Il primo romanzo che hai letto?

Il lupo della steppa di Hermann Hesse. Poi ho smesso (sorride n.d.r.).


Hai paura di morire?

Eh, da quando ho un figlio l’idea di sopravvivergli mi fa sentire male. Vorrei vivere il più possibile per dargli la possibilità di avere un padre su cui può contare, solo per questo.



[...] La scultura la vivo sempre come un atto sessuale più o meno impetuoso, a volte anche dolce



Ci sono sogni che hai realizzato e altri che vorresti realizzare?

Sognare è bello, ma realizzare dei sogni è molto più bello. Ci sono tanti sogni che ho realizzato, non so se sono proprio sogni, diciamo che sono idee, visioni… quasi tutte quelle che mi sono venute in mente le ho realizzate. I nuovi sogni sono i nuovi progetti che sto realizzando.


L’ultima domanda è una domanda con la quale chiudiamo le nostre interviste: hai novant’anni e sei arrivato alla fine della tua brillante carriera. I tuoi "discepoli" ti chiedono un unico consiglio con il quale ricordarti per l'eternità. Cosa rispondi?

Vince chi è matto.


Quando sono arrivato a casa ho cercato nella libreria Il lupo della steppa; mentre lo sfogliavo per rileggere un passaggio della dissertazione, è caduto un piccolo foglio che era all'interno. L'ho raccolto e ho letto la frase che c'era scritta, una citazione di Samuel Beckett: "Hai provato? Hai fallito? Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio".

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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Brand content manager: un figlio, un libro, un sogno. Ho scritto su Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Bastonate, Write and Roll.

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