Storytelling: una risorsa con cui difendere il tuo lavoro
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Dallo Storytelling al Personal Storytelling nel mondo del lavoro

Dallo Storytelling al Personal Storytelling è la seconda parte di una guida dedicata a tutti i liberi professionisti che vogliono raccontarsi su ApplaudArt per far conoscere a nuovi potenziali clienti chi sono, cosa fanno e perché

Gli ingredienti di base


Gli anziani li ho sempre amati, sin da quando ero piccolo. Ricordo ancora oggi il nonno di un mio compagno di bizze. Fisicamente sembrava uscito da un’illustrazione di Giulia Pintus, mentalmente sembrava non aver niente da insegnarti. E invece. Quando mi annoiavo passavo davanti al suo garage, quello che era il suo laboratorio (il vecchio realizzava piccoli mobili su misura). Ci godevo ad osservare con quanta fluidità riuscisse a intagliare il legno. Ma non andavo solo per questo.

Quel nonno mi parlava come fossi un adulto. Non mi chiedeva cosa avevo imparato a scuola, ma cosa pensavo di quel che mi era stato insegnato. Cose così. E poi mi dava un piacere assurdo quella sua antica cortesia. Mi mettevo lì a guardare i suoi gesti lenti e precisi e dopo qualche momento di silenzio, iniziava a raccontarmi storie di quando lui e l’Italia eran più giovani dei suoi capelli.

Storie che oggi verrebbero giudicate politicamente scorrette. Ma si sa, anche ‘ste tendenze son figlie bastarde della società in cui vivi, del cioccolatino che ti capita. Il vecchio diceva: fai quello che senti sia giusto, che ti piace. E poi raccontalo, condividilo coi tuoi amici, ché i confronti sono importanti. Il racconto e il confronto ti aiutano a capire chi sei; ma sii sincero, zero retorica. E divertiti mentre lo fai. Tanto nella vita non c’è niente da vincere e niente da perdere. Divertiti, ama. Anche perché l’amore è prima di tutto un verbo.

Il Personal Storytelling


Senza esserne consapevole, il nonno mi stava indicando gli ingredienti fondamentali di un piatto che oggi sono in molti a cucinare, quello del personal storytelling. Le varianti della ricetta sono poche ma decisive, hanno a che fare con le nostre sfere più intime, quelle che ci fanno capire subito con chi abbiamo a che fare, tipo la questione “cipolla nella carbonara”.

Di Storytelling ormai ne abbiamo sentito parlare tutti, probabilmente lo sa anche tu’ madre cosa significa, ma quali sono le regole da applicare per fare uno Storytelling di valore? E come attuarlo quando la narrazione riguarda noi stessi? Cosa comporta accostare quel Personal prima di Storytelling? Quanto siamo capaci di raccontare noi stessi senza inciampare nei classici stereotipi o schiantarci in proiezioni di noi stessi false come due euro di carta?


“Talenti e passioni non sono relegati al nostro tempo libero, ma possono svilupparsi nella nostra vita lavorativa”



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Costruire narrazioni di sé efficaci


Su questo argomento, Andrea Bettini e Francesco Gavatorta hanno scritto Personal storytelling: costruire narrazioni di Sé efficaci, un testo che offre una panoramica sull'argomento in versione “pochette”, un piccolo cilindro con all'interno diverse riflessioni sul perché sia ormai diventato fondamentale coinvolgere vecchi e nuovi clienti tramite il racconto di noi stessi, consapevoli che maneggiare e comunicare con sapienza la nostra storia può far crescere in modo positivo sia la vita professionale che quella privata di ognuno di noi.

Competenza e persona quindi. E nel caso di un libero professionista, è ancora più facile percepire quella linea di NON demarcazione tra il saper fare e ciò che si è. Tutti noi abbiamo avuto a che fare con idraulici, dentisti, commercialisti eccetera, e sappiamo bene che prima del profilo professionale c’è la persona.

Scrivono Bettini e Gavatorta nel testo sopracitato: “...il termine Persona con la ‘P’ maiuscola è sinonimo, appunto, di fiducia. Capite bene che questo valore non viene insegnato in nessun istituto o università. È patrimonio personale di ognuno di noi. È quell’elemento che ti fa scegliere di tornare dal medesimo professionista e non cambiare”.

Fiducia e passaparola


Qualche riga più avanti i due autori scrivono: “‘Mi fido di te’ è quella frase che, pronunciata una prima volta, ci obbliga a continuare a fare al meglio il nostro lavoro. ‘Mi fido di te’ è l’innesco di un virtuoso passaparola. ‘Mi fido di te’ è ciò per il quale sai fare le cose, ma nello stesso tempo è ciò per il quale sei come persona. Avete ancora qualche dubbio che il Personal Storytelling sia solo un voler apparire in un processo di individualismo ed egocentrismo dilagante?”

L’opportunità data dal personal storytelling attraverso un social network - e in particolare tramite un social dedicato al lavoro e cucito intorno alle esigenze del mondo professionale - sta nel trasmettere in maniera autentica aspetti della propria persona: passioni, attitudini, capacità, ma in particolar modo un pensiero.

“Talenti e passioni non sono relegati al nostro tempo libero, ma possono svilupparsi nella nostra vita lavorativa” (op. cit.).


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Di cosa è fatta la condivisione


L’economia della condivisione, la sharing economy, non è fatta solo di piattaforme, è fatta di un groviglio superbamente intrecciato di passioni, desideri, delusioni, sconfitte, vittorie, rivincite, emozioni, provocazioni, sentimenti, rabbie, disperazioni, lacrime, gioie e sudore. Di tasti di pianoforte suonati da dei invisibili, di soddisfazioni e fatiche senza tregua, di brividi che come pennelli tracciano i nostri destini per lasciare una goccia di splendore a chi erediterà il nostro passato per costruire un futuro migliore, a partire dalle macerie che i tappeti della nostra coscienza collettiva non possono - e non devono - più coprire. Ripartiamo da quello in cui crediamo e dalle nostre esperienze. Raccontiamole. La condivisione non esisterebbe senza la capacità innata dell’essere umano di donare. La condivisione è fatta di noi, delle nostre vite.

“Il racconto di noi deve far scoprire le emozioni che ci muovono, le virtù che ci sorreggono” (op. cit.).

Non iscrivetevi in ApplaudArt se il vostro obiettivo è solo quello di ricevere. Ricevere dopo un mese dalla registrazione flotte di nuovi clienti desiderosi dei vostri prodotti o servizi. Iscrivetevi se sentite la voglia di dare, di trasmettere quello che siete e che vi fa buttare giù dal letto la mattina, che vi fa respirare, che vi mantiene vivi.
Il primo virus da sconfiggere è sempre lo stesso dalla notte dei tempi: la paura di non farcela, di non essere all'altezza, di non saper amare abbastanza voi stessi, il vostro partner e quello che fate. Che, come scritto all'inizio, l'amore è prima di tutto un verbo.


La condivisione è fatta di noi, delle nostre vite


Raccontare la propria storia


Nella prossima tappa di questo percorso sul Personal Storytelling ci addentreremo nelle questioni tecniche, perché raccontare e raccontarsi è anche una questione di metodo. Nel frattempo, oltra alla quarta di copertina qui sopra, vi invito a leggere un paio di estratti selezionati da un libro firmato da Andre Agassi e scritto in collaborazione con il premio Pulitzer J.R. Moehringer: Open.

L'argomento del libro in questione non è il tennis o lo sport in generale. Se vi invito a leggerlo è per farvi toccare con mano quanto detto finora: solo raccontando con autenticità la propria storia possiamo coinvolgere chi ci ascolta. La gran parte delle persone che hanno letto Open non ha mai visto una partita di tennis eppure è rimasta entusiasta di questo libro. Perché Open non parla di tennis, parla di vita. E lo fa – inevitabilmente – con uno sguardo personale.

Se volete utilizzare il Personal Storytelling per farvi conoscere in qualità di Esperti su ApplaudArt, provate a farlo anche voi, come se foste di nuovo tra i banchi di scuola. Compito in classe d'Italiano; tema: la mia storia.

Alla prossima.

Agassi Borg
Bjorn Borg con Andre Agassi (8 anni), Las Vegas, 1978. (Photo by Michael Brennan/Getty Images)

Ovviamente la chiave per accedere alla mia identità, la cosa che so di me ma che non riesco a dire ai giornalisti, è che sto perdendo i capelli. Li porto lunghi e morbidi per nasconderne la rapida dipartita. [...] Ogni mattina trovo un altro po’ della mia identità sul cuscino, nel lavandino e nello scarico della doccia. Mi domando: Hai intenzione di indossare un parrucchino? Durante i tornei?
Mi rispondo: Che alternative ho?

Nel 1987, a Portland, nell’Oregon. Partecipavo al Nike International Challenge e i rappresentanti della Nike mi avevano invitato in una suite d’albergo per mostrarmi l’ultimo campionario. C’era anche McEnroe, il quale ovviamente avrebbe scelto per primo. Lui ha preso su un paio di calzoncini jeans e ha detto: E questi che cazzo sono?
Ho spalancato gli occhi. Mi sono leccato le labbra e ho pensato: Wow. Che ganzi! Se non li vuoi tu, Mac, me li prendi io. Nell’instante in cui Mac li ha scartati, io li ho agguantati. Adesso li indosso a ogni match – e così pure un'infinità di miei tifosi. I critici sportivi mi fanno nero per questo. Dicono che mi voglio distinguere. In realtà – come con il taglio da moicano – sto cercando di nascondermi. Dicono che cerco di cambiare il tennis. In realtà sto tentando di evitare che il tennis cambi me.


Su Open, menzionato anche in Personal storytelling: costruire narrazioni di Sé efficaci, il giornalista-storyteller Federico Buffa ha detto: "Non è nemmeno questione di essere appassionati di tennis perché è un libro di vita. Lui è eccezionale nel capire che cosa deve dire di sé che possa essere compreso o esplorato da altri. Non è la solita autobiografia del campione alcolizzato che alla fine spiega come ne è uscito. È molto più sottile, ha dei rivoli di pensiero che ti obbligano a leggerlo".


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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Web content editor. Ho scritto su Rolling Stone, Write and Roll Society, MOW, HTML.it, Il Fatto Quotidiano, Bastonate.

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