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Carola Davì: tutto è architettura intorno a noi

Sul nostro social - e motore di ricerca per professionisti - ApplaudArt, Carola Davì si è fatta notare grazie ai post che ha condiviso, per questo abbiamo deciso di raccontarvi la sua storia fatta di traguardi professionali, ricordi d'infanzia e sguardi verso un futuro sempre diverso

E la Bellezza?

Sentiamo parlare di fine dell’arte più o meno da metà degli anni Ottanta, ma Il bevitore di Teomondo Scrofalo, i Righeira e Boys boys boys di Sabrina Salerno non hanno grandi responsabilità su questo crepuscolo degli dei.

Forse qualche responsabilità in più le hanno le spalline sulle giacche da uomo di quegli anni abbacinanti, ma credo sia meglio non mettere il dito nella piaga; tutto sommato, meglio essere stati svezzati dal Drive In di Antonio Ricci e dai suoni fonati come i capelli di Samantha Fox che dalla D’Urso e dagli Amici della De Filippi.

Se poi si volesse approcciare il discorso in modo accademico, bisognerebbe addirittura sfoderare le lezioni di Estetica di Hegel.


Ciò che è funzionale è anche bello?


Possiamo provare ad assaggiare rapidamente qualche nozione come si fa bevendo un rum e pera con gli amici in tarda serata, stando però attenti a non mettersi alla guida di concetti troppo alti per essere affrontati fuori da una sala universitaria.


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L’idea della morte dell’arte è stata attribuita a Hegel, ma è un’idea che è stata equivocata in tanti modi.

In realtà, Hegel non parla mai di fine dell’arte, ma dell’ingresso in un periodo storico in cui la rappresentazione artistica si fa così ricca di elementi concettuali, da mettere in secondo piano quei principi che invece erano stati centrali nella tradizionale idea del Bello in campo artistico.

Mi spiego.

Pensate un attimo alla famosa Fountain (tra parentesi, il cesso) di M. Duchamps e al David di Michelangelo: se con entrambe le opere usiamo l’aggettivo bello questo non vuol dire che ci stiamo riferendo alla stessa idea del bello.

Anche io quando guardo un quadro di Francis Bacon dico in silenzio “minchia che bello”, ma non lo dico in silenzio per censurare il “minchia”.


È Andy Warhol a dare l'ultima bastonata ai quei canoni che dovrebbero definire ciò che è arte e ciò che non lo è


Nella produzione artistica che dal 400 arriva fino al periodo in cui Hegel scrive le sue lezioni di Estetica (dal 1818 al 1829), nelle opere artistiche la Bellezza si intuisce immediatamente, mentre in seguito non sarà più così.
Perché?

Perché se la nostra idea del Bello deriva dalla cultura greca, ed è quindi un’idea che si forma intorno al concetto di misura e armonia, a un certo punto, alcuni artisti, della misura e dell’armonia se ne sbattono altamente. E questo Hegel lo aveva percepito prima di tutti gli altri.

Lo Hegel, come lo appellano i prof. di Estetica, aveva capito che l’Arte si stava ripiegando su se stessa.

E dopo la campanella suonata dalle sue lezioni di Estetica e la fine della ricreazione, ci siamo ritrovati a dover fare i conti con il Novecento, segnato dall'arte pensante (cioè che deve dare a pensare).

Da qui alla Pop Art è stato un attimo.

È infatti Andy Warhol a dare l'ultima bastonata ai quei canoni che dovrebbero definire ciò che è arte e ciò che non lo è.


Uno di noi, davanti al Duomo, tra il serio e il faceto ha detto: “Quand'è che siamo passati dal realizzare costruzioni del genere alle Vele di Scampia?”


Adesso che abbiamo tracannato questi rum e pera, forse vi starete chiedendo: ok, ma perché introdurre questa story su un architetto riprendendo le riflessioni in Estetica di Hegel?

In primis, sul piano teorico, perché l’architettura è la prima arte del sistema hegeliano: è la prima tra le arti visive ed è l’arte simbolica per eccellenza.

E, più in generale, perché la contaminazione tra architettura ed arti plastiche è molto antico: il tempio greco può essere considerato tra i primi esempi di fusione tra arte e architettura, così come gli esempi del passato ci mostrano figure di architetto-artista.

Ancora oggi, è molto frequente che l’artista puro si cimenti nella progettazione dello spazio urbano, o che un architetto sia chiamato a partecipare alla ricerca artistica.

Mentre sul piano pratico, è accaduto che siamo andati a girare una video-intervista ad Andrea Magrini (aka Il Cuorista) e mentre facevamo una passeggiata nel centro di Pistoia, uno di noi, davanti al Duomo, tra il serio e il faceto ha detto: “Quand'è che siamo passati dal realizzare costruzioni del genere alle Vele di Scampia?”.

E taac, questo mi ha fatto pensare a una scena del film I cento passi, eccola:

Allora, per riallacciarsi al nostro discorso, essendo molte le rappresentazioni artistiche del Novecento che hanno anticipato o influenzato il mondo del design, dell’architettura, della comunicazione, forse la riflessione hegeliana dovrebbe essere presa in considerazione in modo più approfondito anche nell'analisi di quelle scuole di design la cui profonda influenza, come il Funzionalismo (“ciò che è funzionale è anche bello”) arriva fino ad oggi (l'azienda tedesca Tecta, ad esempio, produce riproduzioni di arredamento progettato dal Bauhaus basandosi su documenti e progetti ufficiali).

E per tentare di rispondere con lucidità al titolo di questo paragrafo, se oggi pensiamo al valore della Bellezza in senso ampio, è più probabile che ci venga in mente un piacere cerebrale, una vibrazione positiva, una connessione mentale con un luogo, con un'opera, con il testo di una canzone, con il partner o con un perfetto sconosciuto. Questo prima di tutto il resto.


Non puoi trovare 'bello' qualcosa che sia stupido


Del resto, come rispose il famoso designer (che non si è mai sentito tale) e architetto (che non ha mai studiato architettura) Philippe Starck alla domanda E la Bellezza? È ancora un valore?: "Non so cosa sia la Bellezza in astratto, e non mi interessa: è un’idea volatile, dipendente dalle diverse culture e dalle mode. Di sicuro non è un piacere per gli occhi, bensì per il cervello, e gli occhi ne sono soltanto lo strumento. Non puoi trovare 'bello' qualcosa che sia stupido".


Ché la Bellezza è nello spirito


Philippe-Starck
Philippe Starck. 2019 - AD ITALIE STARCK © MATTIA AQUILA. Starck and his interpretation of the Venetian mask: the symbol of Amor, his latest venture with the Alajmo brothers, a "fast-casual" restaurant in Milan, opened in April 2019.

Allora sì, se l'Arte e l'Architettura con la A maiuscola non finiranno mai di essere necessari per rispondere ai bisogni spirituali dell'uomo, anche la Bellezza non finirà mai di salvare il mondo. Ché la Bellezza è nello spirito.

E così sia.


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L’intervista a Carola


Dove sei nata e cresciuta?

Sono nata e cresciuta a Milano ma tutta la mia famiglia è di Palermo. Mio padre è ingegnere e ha sempre lavorato con le grandi infrastrutture, mia mamma lavora presso l’aeronautica militare.


Perché hai scelto di diventare architetto?

La scelta di studiare architettura è arrivata quando ho maturato l’idea di fare un mestiere che avesse un aspetto pratico, dal disegno alla manipolazione dei materiali, ma che avesse come motore l’immaginazione.


Carola Davì - studio di architettura Lascia la Scia - ApplaudArt video story
In occasione di EXPO 2015, Il team di Lascia la Scia di cui fa parte Carola ha realizzato diversi allestimenti del PADIGLIONE DELLA VENERANDA FABBRICA DEL DUOMO. Questo in foto è il secondo allestimento che, attraverso il susseguirsi di immagini e testi, narra le varie fasi di lavorazione impiegate per la riproduzione della Madonnina.

Un luogo felice della tua infanzia?

Il mio luogo felice dell'infanzia è l’orto assolato di mia zia nelle campagne vicino a Palermo, dove trascorrevo le estati, lì ho sviluppato il mio amore per la natura. Ancora oggi mi affascina molto il rapporto tra architettura e natura e per questo sto approfondendo anche la progettazione del verde per le abitazioni.


Hai ricordi positivi del periodo scolastico?

Alle superiori, ricordo che per Storia dell’Arte del ‘900 non mi bastavano mai i libri di testo, volevo andare oltre, e spesso studiavo anche su quelli di mia sorella più grande per scoprire nuovi collegamenti.


Barragan - architettura
“Vi svelo un segreto: la piscina ha una parete o una colonna rosa che non sostiene proprio nulla. È un tocco di colore nell’acqua aggiunto per puro piacere, per dare luce allo spazio e migliorarne le proporzioni generali. Quella colonna doveva esserci per aggiungere un colore in più alla composizione”. Luis Barragán – Casa Gilardi

A proposito di Storia dell’Arte, ti chiedo il nome di un architetto che artisticamente parlando ti ha influenzata nella tua idea di bello.

Luis Barragán, che attraverso le sue forme pulite quasi scultoree, crea dei paesaggi metafisici integrati all'interno della natura.


A un certo punto della sua carriera, Barragán si discosta dal Funzionalismo e sviluppa un proprio stile in aperto contrasto con i criteri del Movimento Moderno. Anche tu condividi la sua posizione per il quale possano esserci elementi architettonici che non sono funzionali a livello strutturale ma che servono a dare piacere spirituale, a dare luce allo spazio come ad esempio la parete rosa nella sua Casa Gilardi?

Esattamente! Piacere spirituale.


ApplaudArt Stories Carola Davì team di Lascia la Scia studio architettura
Il team dello studio Lascia la Scia

Tornando al tuo percorso formativo, dopo il liceo hai studiato al Politecnico di Milano, che anni sono stati?

Nel corso dei 5 anni universitari al Politecnico di Milano ho consolidato un gruppo al femminile nel quale riuscivamo ad equilibrare le nostri attitudini ai fini progettuali e anche a divertirci.

Oggi quel gruppo è il mio studio, Lascia la Scia. Il team di lavoro è infatti formato da quelle ragazze di allora, cinque donne che hanno voglia di evolvere per crescere e sperimentare.



Alle superiori, ricordo che per Storia dell’Arte del ‘900 non mi bastavano mai i libri di testo, volevo andare oltre

Carola Davì intervista su ApplaudArt blog argomento architettura
La ricerca di finiture con texture differenti per rendere unica la casa dei clienti di Lascia la Scia. In foto: piastrelle di rivestimento con texture bianco e nero nella ristrutturazione di un appartamento anni ‘50 a Milano per una giovane coppia.

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Di cosa vi occupate?

Siamo una società da quasi 10 anni e ci occupiamo principalmente di allestimenti e interni, gestiamo progetti chiavi in mano per brand e privati dal progetto alla fornitura dei materiali.

In generale se c’è una caratteristica del il mio studio è la capacità di creare empatia con il cliente che per noi è una chiave importantissima per la progettazione.


La difficoltà maggiore nel rapporto coi clienti?

L’ostacolo più grande è far comprendere il valore in termini economici della creatività e del tempo.


ApplaudArt story su tema architettura: Carola Davì
“From Nature to the Nature” – Cersaie 2020. Studio di architettura Lascia la Scia. "Il racconto della sinergia tra materiale e ambiente, il tentativo di interpretare in forma architettonica acqua, terra, luce e il concetto di trasformazione, sedimentazione e stratificazione che porta l’argilla a diventare materiale di rivestimento".

Sul nostro social ApplaudArt hai pubblicato dei post interessanti che sono stati efficaci per aumentare il tuo LaudRankTM e quindi la tua posizione nella classifica degli architetti (il LaudRankTM è un valore da 4 a 10 che tiene conto dell'attività dell'esperto, delle recensioni e degli apprezzamenti ricevuti su ApplaudArt, ndr).

Cosa pensi della comunicazione digitale nel mondo del lavoro? In particolare, in un social come il nostro, che ha lo scopo / l'obiettivo di premiare la professionalità e le competenze degli esperti iscritti?


La comunicazione digitale è a tutti gli effetti un lavoro. Io e il mio team cerchiamo di fare questo lavoro in modo chiaro e diretto, mostrando e raccontando su ApplaudArt un panorama di interventi realizzati.


Ecco come realizzare un confortevole monolocale da affittare


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Daniele Piovino
Daniele Piovino
Web content editor. Ho scritto su Rolling Stone, Write and Roll Society, MOW, HTML.it, Il Fatto Quotidiano, Bastonate.

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